Come è poco morale la finanza in salsa musulmana

La credibilità della finanza di Dubai, nonostante le dichiarazioni ufficiali, è in discesa. E con essa quella della finanza islamica, che si intreccia con le ardite operazioni dei Dubai World, la holding parastatale di questo emirato che ha chiesto ai creditori la ristrutturazione di 26 miliardi di debiti di compagnie da essa possedute. Fra i potenziali insoluti vi sono quelli di Nakheel con 3,5 miliardi di obbligazioni regolate dai principi del Corano. Il diritto islamico vieta il tasso di interesse, in quanto definito come usura. Ma le leggi economiche esistono oggettivamente e poiché gli investimenti che si tramutano in capitale materiale o immateriale danno un rendimento oggettivo, ne consegue che anche il denaro della finanza islamica va remunerato e ciò accade pure con Nakheel, che però ha investito i soldi in operazioni immobiliari che non danno (ancora) il reddito sperato.
Nella finanza regolata dal diritto coranico la remunerazione dei prestiti non è formalmente costituita da interesse, ma da un compenso per il rischio o per la fornitura di un servizio o da una partecipazione alla redditività dell’attività a cui l’investimento è destinato: in questo caso lo sviluppo di isole con palmeti mediante immobili per scopi turistici, ricreativi e di affari. I depositi bancari a breve, nel diritto islamico sono remunerati con una partecipazione al rischio dell’investimento, valutato in cifra fissa. Quindi il depositante in caso di insolvenza parziale della banca non è al primo posto nella soddisfazione dei crediti, ma all’ultimo insieme agli azionisti della banca. Questa però potrebbe garantirlo con una particolare riserva. Non è chiaro che cosa accada per gli obbligazionisti di una compagnia finanziaria: hanno una priorità rispetto agli azionisti e a coloro che vi hanno fatto dei prestiti a breve oppure debbono essere soddisfatti per ultimi? E poi ci sono i fondi di investimento di diritto islamico e le formule miste, sempre basate sul divieto del tasso di interesse, superato coi diversi criteri, che possono dare diritto a diverse priorità. E quando vi sono crediti di diritto coranico e di diritto occidentale quali sono le priorità?
Fino ad ora non vi è ancora stato alcun crack di banche regolate dal diritto islamico. Non esistono, dunque, precedenti a cui rifarsi per Dubai e gli altri stati vicini che ostentano grande ottimismo. Dubai non ha petrolio, ne ha però parecchio Abu Dabi le cui banche sono esposte per il 30 per cento con operatori para statali di Dubai. Secondo Moody il debito complessivo degli enti parastatali di Dubai è sui cento miliardi di dollari. E naturalmente una parte rilevante è in obbligazioni o prestiti a più breve scadenza, che possono non esser rinnovati. Nell’immediato, tramite una ristrutturazione, i creditori attuali verranno soddisfatti, subendo delle perdite. Però è incerto il criterio che verrà adottato: chi sarà prioritario? E si accresce il rischio, riguardante soggetti finanziari diversi da quelli degli emirati, che operano nella finanza islamica.
Il governo di Dubai ha informato che secondo la sua legge, la Dubai Workd (che ha come motto «il sole non tramonta mai sul mondo di Dubai) non ha alcun diritto a una garanzia statale. Resta da chiarire se questa è una specifica regola di Dubai o degli emirati o se essa discenda dai principi generali del diritto coranico e se esso si applichi automaticamente negli stati istituzionalmente islamici (la Libia, ad esempio, non lo è ed anche la Turchia, benché attualmente al governo ci sia un partito islamico, è ufficialmente uno stato laico). A quanto sembra, a livello internazionale, la finanza islamica regolata dal Corano ha oramai superato i mille miliardi di dollari. Il suo tasso di crescita è stato negli ultimi anni, prima della grande crisi, del 25 per cento. Nel mondo ci sono 1,2 miliardi di musulmani e quindi è comprensibile che questo fenomeno si sia verificato. Inoltre la finanza islamica, con il divieto dell’usura, si sta diffondendo anche in Italia, con prodotti finanziari generalmente offerti da banche non islamiche. La banca, diceva Einaudi, non deve avere aggettivi, intendendo che quelle cattoliche sono buone banche se seguono le regole generali.
Credo che lo stesso principio valga per la finanza islamica, bancaria e non. La religione va tenuta separata dal diritto positivo e questi deve essere chiaro e certo. Per la finanza islamica occorre maggiore trasparenza di quella che sta emergendo a Dubai. Dopo i guai dei «tango bond» e quelli dei «derivati» non c’è proprio bisogno di altre «mode» finanziarie mirabolanti.