La poesia è una fiaba reale

Nella sua opera i miti celtici e il nazionalismo irlandese, l’esoterismo e l’indagine psicologica. Raccolti in volume tutti i versi del premio Nobel del 1923, che fu a lungo guardato con colpevole sospetto da molti critici

La fortuna di William Butler Yeats, il massimo poeta che abbia avuto l’Irlanda, è stata in Italia lenta, difficile e controversa. La prima traduzione di un suo volume di poesie avvenne nel 1949, dieci anni dopo la sua scomparsa, e ventisei dopo l’attribuzione del premio Nobel. Ancora negli anni Settanta, ricordo intellettuali e poeti italiani che andavano dicendo di diffidare di Yeats, senza neppure sentire il bisogno di spiegare il perché. Forse ne diffidavano perché Yeats aveva mantenuto per tutta la vita una posizione politica inclassificabile secondo le categorie correnti, non era stato né marxista, né cattolico, e dunque aleggiava su di lui il sospetto di qualche simpatia reazionaria. Perché aveva avuto e professato interessi per la teosofia, l’esoterismo, lo spiritismo. Infine perché la sua poesia era la più clamorosa, grandiosa galleria di simboli che la modernità abbia conosciuto, e di simboli messi in scena non con distacco ironico, come è stato considerato giusto nel Novecento, ma con una debordante partecipazione d’anima.
Così oggi la pubblicazione di un Meridiano Mondadori dedicato a lui (L’opera poetica, traduzione di Ariodante Mariani, commento di Anthony L. Johnson, saggio introduttivo e cronologia di Piero Boitani, pagg. CLXII-1653, euro 39) rappresenta un avvenimento da festeggiare: quei pochi di noi che da sempre leggevano ammirati l’autore irlandese possono dirlo con qualche soddisfazione, Yeats è finalmente entrato nel canone anche per la cultura italiana.
Nato nel 1865 e scomparso nel 1939, di famiglia anglo-irlandese protestante e nello stesso tempo cultore delle memorie e delle tradizioni celtiche sino a divenire coscienza dell’Irlanda stessa, Yeats ha vissuto davvero a cavallo di due secoli e di due mondi. Nella prima parte della sua vita, prima che la salute lo spingesse a soggiorni frequenti in Italia (Rapallo soprattutto, per la compagnia di Pound) e nel Sud della Francia, la sua biografia ci parla di continui spostamenti tra l’Irlanda e l’Inghilterra, di un parossistico vagabondaggio pendolare tra Dublino, Sligo, Coole e il Connemara con i suoi paesaggi isolani, favolosi e incantati da una parte e dall’altra Londra e Oxford, con il loro sapere universale. Yeats riesce ad essere tutto impregnato di spirito localistico e nello stesso tempo di consapevolezza cosmica. Non conosco autore in grado di restituire il sapore della piccola Irlanda delle fattorie, dei preti di campagna, delle leggende magiche, delle saghe eroiche e contemporaneamente in grado di avvolgere tutto in un alone di simbolismo intellettuale coltissimo e connesso ai cicli del divenire dell’universo. Non conosco autore che abbia parlato della tragica storia del suo popolo, tinta di tragedia e di tanto sangue, in una dimensione così epica, tendente a spostare gli eventi dell’oggi nella trama del destino e del mito.
A Yeats riesce il miracolo di essere popolare e aristocratico, chiaro e misterioso, moderno e classico. La sua poesia si nutre di tradizione letteraria (Blake, Burns, Shelley, Keats) ma anche di teosofia e di esoterismo. È grandissimo come poeta lirico, ma le radici del suo lirismo sono nel mito, come di mito di nutrono i suoi drammi in versi e la sua stessa prosa, in quelle opere stupende che sono le Fiabe irlandesi e i romanzi brevi John Sherman e Dhoya. Nelle sue prime poesie l’elemento fiabesco, celtico, magico è dominante. Penso a I vagabondaggi di Oisin, il lungo poemetto in cui San Patrizio, l’evangelizzatore dell’Irlanda, e l’eroe Oisin incarnano lo scontro tra dovere morale e passione selvaggia, o a una poesia come Fergus e il Druida, in cui Fergus, il re, vuole apprendere i segreti della saggezza sognatrice del suo sacerdote pagano, e una volta appagato vede la sua vita fluire di movimento in movimento, e scopre di essere stato una goccia, un bagliore, un abete, un vecchio schiavo prima che re nella sua attuale esistenza.
Sempre nelle prime opere ci sono echi della sapienza indiana, come se dall’Irlanda celtica all’India dell’induismo il passo fosse breve. Una bellissima poesia intitolata L’indiano su Dio, mostra l’essenza divina specchiarsi in una gallinella d’acqua, in un loto, in un capriolo, in un pavone. Una poesia che avrebbe potuto scrivere Tagore, che Yeats conobbe nel 1912 e verso il quale manifestò ammirazione. La grande lirica amorosa è quella ispirata precipuamente dalla sua infinita, mai conclusa, folle storia con Maud Gonne, attrice e fervente nazionalista, che il poeta invano chiese in moglie, ritualmente, pervicacemente, per anni e anni. Ma la poesia d’amore di Yeats non è mai soltanto psicologica o autobiografica: e getta i suoi scandagli nel mare profondo del mito e delle origini. Testi come Quando tu sarai vecchia o Non dare mai tutto il tuo cuore, o Una donna cantata da Omero, mostrano dell’amore i lati eterni, le relazioni metafisiche con la bellezza, quella che «abbiamo conquistato/ dalle ore più amare», gli aspetti di sogno eroico. Elena, Ettore, Troia, Leda, Agamennone irrompono nella fantasia dell’autore e la vivificano.
La vena di Yeats si irrobustisce con gli anni, con una sequenza di libri come I cigni selvatici a Coole (1919), Michael Robartes e la ballerina (1921), La Torre (1928). Si irrobustiscono le simbologie: i cigni, l’alba, Salomone e Saba, il Secondo Avvento, Bisanzio, le spirali. E in poesie come Pasqua 1916, sul giorno che vide a Dublino l’insurrezione i cui capi, Pearse, MacDonagh, Connolly, MacBride vennero poi giustiziati dagli Inglesi, Yeats affronta i temi della storia a lui contemporanea con la energia di un Pindaro, o di Sofocle: «È nata una terribile bellezza».
Ebbe onori, fu fatto senatore. Ma rimase fedele alla sua vocazione di lirico, sino alla fine. In una tarda poesia intitolata La politica, scrisse: «Come posso, con quella ragazza lì in piedi/ fissare l’attenzione/ sulla politica russa o la spagnola/ o su quella di Roma.../ Oh, se fossi ancora giovane/ e la stringessi tra le braccia!». Rimase fedele all’amore, al mistero, alla bellezza, alla metamorfosi, alla certezza della rinascita. Nella poesia Sotto il Ben Bulben immaginò così il suo epitaffio: «Getta uno sguardo freddo/ sulla vita, sulla morte./ Cavaliere, prosegui!».