«POESIA» Quello che manca alla nostra vita

Nel primo numero, gennaio 1988, c’erano due editoriali: uno «pro» e uno «contro». Il «pro» era dello psicanalista cileno Ignacio Matte-Blanco. «L’emozione - scriveva - non è pensiero ma è la madre del pensiero. Quanto alla poesia, essa utilizza il pensiero in maggiore o minore dose, a seconda di quello che vuole dire e della reazione che vuole suscitare. \ la poesia può essere a volte uno stimolo ed ispirazione potente per il pensiero. Altre volte può portarci in un mondo di bellezza, di gioia, di tristezza, di ispirazione, di entusiasmo, ecc.». Il «contro» veniva dal Socrate della Repubblica platonica. «E così - argomenta l’ateniese - nei piaceri venerei e nell’ira e in tutte le passioni dolorose e piacevoli dell’anima, che diciamo seguano ogni nostro atto, riconosciamo che lo stesso effetto ci fa la mimesi poetica. Essa infatti annaffia e alimenta questi sentimenti, mentre si dovrebbe disseccarli...».
Oggi la rivista Poesia, conturbante diciottenne guidata con mano gentile dal padre-direttore Nicola Crocetti, è giunta al 200º numero, e si specchia ancora in quelle parole uguali e opposte. È «emozione» e «passione», figlia e madre del «pensiero» e dei «sentimenti», «gioia», «tristezza», «ira» che si ostina ad annaffiare i sentimenti invece di lasciarli disseccare.
FILOSOFIA E DIFFUSIONE. «In 18 anni - dice Crocetti - abbiamo presentato oltre 2500 autori, alcune centinaia dei quali tradotti per la prima volta in italiano. Certo, nel frattempo sono stati pubblicati migliaia di libri di poesia. Che però vendono poco. Uno dei “segreti” della rivista è la sua diffusione. Essere presente nelle edicole, piuttosto che in libreria, significa essere dove prima la poesia non era mai arrivata. E il successo dei libri venduti in abbinata con i quotidiani conferma la fame di cultura della gente. Un piccolo aneddoto. Primi anni Novanta, a un convegno sulle riviste letterarie incontro Michel Déguy, direttore del mensile francese Po&sie. Quando viene a sapere che Poesia tira 35mila copie, sbotta: “Be’, allora basta andare in edicola, per vendere”».
LETTORI E SCRITTORI. «La poesia è un fenomeno di massa, centinaia di migliaia di persone scrivono versi. Ma ciò è il frutto di un grosso equivoco: si pensa che la fruizione della poesia passi attraverso la scrittura, anziché attraverso la lettura. Proviamo a immaginare che cosa succederebbe se i milioni di visitatori dei musei di tutto il mondo si mettessero a dipingere pretendendo poi che le loro tele venissero esposte al Louvre o agli Uffizi. Per scrivere poesie bastano un foglio e una matita, e qualche buon sentimento o una pena amorosa, che non mancano a nessuno...».
PUBBLICITÀ E MESSAGGI. «All’inizio avemmo grande successo di vendite ma anche problemi di “conduzione”. Nel ’91 pensai di rilanciare la rivista anche con l’aiuto degli spot. Andò così. Mi rivolsi a un copyrighter della Armando Testa per avere un consiglio. Mi disse: “In pubblicità non c’è nulla da inventare, ma nessuno al mondo ha mai fatto uno spot per una rivista di poesia. Quindi non so che dirle...”. Deluso, stavo per andarmene quando lui mi fermò: “... però posso dirle che cosa non deve fare. Ha pensato a uno slogan?”. Glielo dissi: “Forse manca qualcosa alla tua vita... Poesia, tutti i mesi in edicola”. “Sbagliato. Questo messaggio colpevolizza il potenziale lettore. Trovi qualcos’altro”. Ci pensai un momento e risposi: “Forse manca qualcosa alla nostra vita? Coinvolge e non colpevolizza”. “Perfetto”. Dello spot facemmo una versione maschile e una femminile: 60 “passaggi” (in ore tarde, dopo la mezzanotte) per complessivi 15 giorni sulle reti Mediaset, e tiratura di 50mila copie. Era il gennaio ’91, c’era Caproni in copertina».
VOLTI E VERSI. «È un nostro punto d’onore: pubblicare sempre le immagini degli autori. Chi conosceva le facce di Rebora, di Betocchi, della Rosselli? Su 2500 poeti pubblicati sono soltanto una decina quelli dei quali non abbiamo trovato un’immagine, foss’anche un ritratto fantastico, una statua, un’effigie su una moneta antica. E tutto questo lo dobbiamo a Giovanni Giovannetti, che possiede un archivio di 115mila foto di poeti e letterati in genere».
LA RETE E LA CARTA. Oggi, su Internet, chiunque può creare il proprio blog dove collocare tutti i testi e tutte le immagini che vuole. Inoltre, con la fine del Novecento abbiamo assistito a un proliferare di antologie che hanno la pretesa di compiere un bilancio del secolo. Questo significa che c’è molta richiesta? «Non credo. Piuttosto c’è un eccesso di offerta. Ma quando mi domando se abbia ancora senso pubblicare una rivista cartacea come Poesia dico “sì”. Digitiamo le parole “poesia” o “poetry” su un qualsiasi motore di ricerca: otterremo milioni e milioni di pagine. Ma se il tuo blog compare alla pagina 467 o alla milionesima, quanti lo incontreranno? Ecco, Internet è un mare magnum nel quale frotte di naufraghi lanciano i loro messaggi in bottiglia senza nessuna garanzia che la bottiglia finisca nelle mani di qualcuno».
DUECENTO PER QUATTROCENTO. «Ci siamo dati un compito arduo ma affascinante: fare una mappatura della poesia mondiale (finora abbiamo pubblicato autori che scrivono in 38 lingue, compresi alcuni dialetti). E il numero 200 vuol essere la sintesi di questo orientamento, proponendosi come compendio della poesia mondiale del Novecento. Certo, come dice l’editoriale, ogni antologia è una scelta “possessiva e violenta”. E se a farla sono chiamate una ventina di persone, cioè i nostri esperti dei vari Paesi, possessività e violenze si moltiplicano. Con il risultato che i soliti censori e quelli che fanno il giochetto del “chi c’è e chi manca” avranno di che sbizzarrirsi. Eravamo partiti con l’intenzione di presentare 200 autori per il numero 200. Poi gli autori sono diventati 400, e ne siamo felici. Personalmente lo sono soprattutto per aver incluso, nella sezione dei neogreci che ho curato, Kriton Athanasulis. Neppure i miei amici ateniesi lo conoscevano. Ma il suo Testamento è per me tra le più belle poesie del secolo scorso».