La poetessa del Quarto stato «ostaggio» del fascismo

Questo racconto del marzo 1934, mai pubblicato e di cui è sopravvissuta un’unica copia, ci fa riscoprire una scrittrice che in punta di penna, senza clamori, difese sempre il mondo delle donne

Un racconto inedito rivela un’altra Ada Negri: non la poetessa e la scrittrice di «regime» ma un’artista rimasta per troppi anni ingabbiata nelle fascette, è il caso di dirlo, di un’industria culturale di sinistra che oggi l’ha ingiustamente dimenticata. A dimostrare la sensibilità della scrittrice, nata a Lodi nel 1870 e morta a Milano nel 1945, è anche Mimose, il racconto, datato marzo 1934, che qui proponiamo nella sua versione integrale e che originariamente era destinato a L’illustrazione del Medico, periodico che non sopravvisse alla guerra e i cui archivi andarono distrutti.
Difficilissimo, quasi impossibile, trovare oggi copie di quel giornale allora tanto sottovalutato ma che ospitò moltissime firme illustri (tra cui il «manifesto» della fotografia futurista di Filippo Tommaso Marinetti). Il Mimose oggi ritrovato proviene dall’Archivio Storico della Foto Grafica Digitale Italiana, dove è conservata l’unica copia del manoscritto originale.
Un racconto che, ambientato fra le strade di una fredda ma non ancora frenetica Milano, è un inno alla sensibilità femminile, a quello sguardo e a quella carezza di inchiostro che sono state tutte le opere della Negri. Non a caso per moltissimi anni, fino alla fine della Seconda guerra mondiale, Ada Negri era considerata tra le più grandi scrittrici italiane e nel 1926 fu a un passo dal Premio Nobel, vinto poi da Grazia Deledda. Una narratrice al femminile, oggi del tutto dimenticata. Un oblio non solo editoriale che risulta ancora più inspiegabile da quando l’industria editoriale ha scoperto e rilanciato la letteratura «rosa» in tutte le sue declinazioni. Dalla riproposta di tutti i romanzi di Liala al successo della chick lit, la letteratura «post femminista» nata in Inghilterra e rilanciata con successo in tutto il mondo. Basta entrare in qualsiasi libreria per scoprire come l’universo femminile della letteratura negli ultimi anni sta vivendo un vero Rinascimento.
Ada Negri, invece, è stata completamente rimossa. E dire che sin dal suo esordio, nel 1892, con la raccolta di poesie Fatalità, pubblicata da Treves, ottenne un grande successo sia di pubblico, sia di critica. Tanto che alla scrittrice, che insegnava in una scuola elementare di Motta Visconti (vicino a Milano), venne addirittura attribuito dal ministro dell’Istruzione pubblica, Giuseppe Zanardelli, il titolo di «docente ad honorem» presso la scuola di ordine superiore, l’Istituto Gaetano Agnesi di Milano. Non solo: le sue poesie ricevettero il plauso di Carducci e furono inserite in molte antologie scolastiche. Proprio nei primi anni, a Milano entrò in contatto con i membri del circolo socialista, dove conobbe Filippo Turati, Mussolini e Anna Kuliscioff (di cui ebbe poi a dire di sentirsi «sorella ideale») e con la successiva raccolta di versi Tempeste ottenne un così grande consenso di pubblico da essere soprannominata «la poetessa del Quarto Stato».
La Negri, infatti, in tutti i suoi libri, nelle poesie come nelle prose, affrontò sempre di petto le tematiche sociali, raccontando le vite dei più umili, descrivendo le difficoltà delle classi operaie, spesso perorando le lotte nelle fabbriche per i diritti dei lavoratori e battendosi per migliorare la condizione del lavoro femminile. Sempre in punta di penna, con uno stile mai esagitato, difese il mondo delle donne, soprattutto quelle più povere e oppresse e, come scriverà nelle novelle Le solitarie, proprio in quelle donne si riconoscerà sempre: «Vi è contenuta tanta parte di me, e posso dire che non una di quelle figure di donna che vi sono scolpite o sfumate mi è indifferente. Vissi con tutte, soffersi, amai, piansi con tutte».
Nel 1931 fu insignita del «Premio Mussolini» per la carriera: il premio la consacrò come intellettuale di regime, tanto che nel 1940 divenne, unica donna, membro dell’Accademia Italiana. Le portò ancora più fama perché quel titolo conferitole dal governo comportava il fatto che la poetessa dovesse segnalare ogni suo spostamento sul territorio al prefetto, il quale inviava una macchina di rappresentanza con l’autista a prelevarla e ad accompagnarla ovunque. Dopo la morte, nel 1945, nella sua casa di Milano, Ada Negri venne quasi subito rimossa. Sino all’oblio di questi ultimi anni. Forse non le hanno mai perdonato le idee troppo vicine agli ideali di tradizione familiare e civile comuni al fascismo. Quel che è certo, è che le donne di Ada Negri sono uniche per come vengono ritratte. Donne alla deriva dei sentimenti, capaci di lottare per il quotidiano ma, come in Mimose, di conservare quello sguardo oltre l’infinito pur in una società che, come scrive proprio in questo racconto, ha «un senso d’indefinito, di senza termine».