La politica estera e quella dannosa «lezione» di Rutelli

Pietro Mancini

Senso di superiorità, linguaggio oscuro, derisione e disprezzo degli avversari: i gravi difetti della sinistra, analizzati in un recente saggio del sociologo Luca Ricolfi, sono tutt’altro che nascosti, anzi quasi esibiti da Francesco Rutelli, che ha voluto, intervistato dall’Espresso, impartire una «lezione» di politica estera a Silvio Berlusconi. Dal momento che il centrosinistra, qualora l’armata di Prodi dovesse vincere le elezioni, dovrà confrontarsi anche con Bush, è possibile che nessuno dei tanti suoi consiglieri abbia spiegato all’ex sindaco di Roma che è dannoso e controproducente, per l'immagine del nostro Paese e anche per quella dei capi dell’opposizione, rappresentare il presidente degli Stati Uniti in forme caricaturali, quasi come un deleritto, «che si trova all’apice della propria disgrazia politica»?
Liberissimo, il presidente della Margherita, di dimostrare la sua caratura di statista autorevole, copiando il coraggioso Zapatero («Prodi annuncerà il rientro dei nostri soldati dall’Irak un minuto dopo l’insediamento del nuovo governo!»), allo scopo di strizzare l’occhio a Pecoraro e a Bertinotti. Tuttavia, l’importante e serio lavoro, riconosciuto dalla stampa estera all’esecutivo in carica per rafforzare il ruolo e la considerazione dell’Italia sullo scenario internazionale e per cementare un rapporto privilegiato tra Roma e Washington, dovrebbe essere lealmente ammesso. E non già presentato, con un inopportuno e irridente sarcasmo, quasi come una sequela di gag: le pacche sulle spalle del Cavaliere a Bush, i ricevimenti in Sardegna, il colbacco a Mosca, la bandana con Blair, le corna in Spagna.
Ma, nella violenta requisitoria anti Berlusconi, Rutelli dimentica di sottolineare che, nei rapporti internazionali, contano, e non poco, le relazioni personali tra i capi degli Stati e dei governi. E, pertanto, un politico che fosse capace di guardare al di là del cortile di casa, dovrebbe ammettere, sia pure a denti stretti, che un’eventuale nuova compagine ministeriale si gioverebbe, nelle relazioni con le cancellerie estere, del prestigio e dell’autorevolezza conquistate dall’Italia dopo la vittoria elettorale nel 2001 della Casa delle libertà, anche grazie alla simpatia e all’amicizia sviluppatesi tra il nostro e gli altri premier. O, forse, l'attacco al Cavaliere nasconde una certa dose di invidia, mal dissimulata? Nel suo viaggio dello scorso anno a Boston, per sostenere la campagna elettorale, poi conclusasi con un flop, del democratico Kerry, Rutelli, infatti, dovette accontentarsi di incassare una pacca sulle spalle non dall’odiato Bush, bensì dal segretario di Hillary Clinton, limitandosi a scambiare qualche battuta con Gary Hart, l’ex senatore che fu costretto a ritirarsi dalla corsa per la nomination presidenziale, a causa di una scappatella con una modella.
È, poi, credibile l’ex «piacione» quando, sulla base delle tendenziose corrispondenze da Washington sul vertice Bush-Berlusconi, apparse su un quotidiano vicino a Prodi, lamenta che sarebbe scomparsa dal radar della correttezza istituzionale del nostro Paese la distinzione, sempre necessaria, tra i ruoli istituzionali e quelli politici dei leader? Forse, l’ex competitor di Berlusconi nella campagna elettorale del 2001 ha dimenticato che il 21 novembre del 1999 l’allora premier, Massimo D’Alema, fondò, a Firenze, insieme all’allora inquilino della Casa Bianca, Bill Clinton, l’Ulivo mondiale, sottraendone il «copyright» a un furioso Walter Veltroni. E, proprio in quei giorni, un attento osservatore del «teatrino della politica», certo non sospettabile di antipatia nei confronti della sinistra, Filippo Ceccarelli, oggi commentatore di Repubblica, bollò come il trionfo dell’«italo-provincialismo» più pacchiano la comparsata fiorentina di Bill a braccetto con Massimo. Evidentemente, purtroppo, ancora i capi dell’Unione non hanno archiviato la tendenza a importare dall’estero, seguendo le mode, sostegni politici e riferimenti ideali, in primis allo scopo di nascondere le grane interne, tutt’altro che scarse, ieri come oggi.