Una politica estera lacerata dal conflitto Prodi-D’Alema

Fabrizio Cicchitto*

Sulla missione italiana in Libano e su tutta la nostra politica estera, emergono ambiguità, pressappochismo, contraddizioni e anche un sordo scontro di potere fra Prodi e D’Alema. A quest’ultimo proposito lo spettacolo è grottesco: Prodi insegue e anticipa D’Alema per tutto il mondo non concedendogli un metro di spazio o di autonomia politica.
Dalla Cina all’Egitto, all’Algeria fino all’Assemblea dell’Onu il presidente del Consiglio cerca di dimostrare a D’Alema quanto era vera la sua battuta: «La politica estera è fatta dal presidente del Consiglio». Dietro questa concorrenza c’è però anche una politica estera ambigua e confusa: nel Medio Oriente stiamo conducendo una politica potenzialmente autolesionista, antiamericana, antisraeliana e dialogante con Siria e Iran.
Sia Prodi che D’Alema affermano, sbagliando, che la soluzione della questione mediorientale sarebbe l’accordo fra palestinesi e israeliani, esplicitamente criticando lo Stato e il governo israeliani. Non è vero nulla. L’Iran e la Siria si sono mossi in questi anni favorendo il terrorismo in Irak e in Libano indipendentemente dalla vicenda palestinese. La Siria si è impadronita a suo tempo del Libano e adesso ha fatto uccidere certamente Hariri, probabilmente Gemayel e ha armato e finanziato gli hezbollah per tenere sotto controllo quel Paese, non per amore dei palestinesi. Ma vediamo le cose dal punto di vista della vicenda israelo-palestinese.
Gli israeliani hanno da tempo abbandonato il Libano ma la precedente missione Unifil ha consentito che hezbollah fossero armati dalla Siria al punto di trasformarsi in un esercito-terrorista. Malgrado la compiacenza e la subalternità di quella missione nei confronti degli hezbollah e dei siriani essa ha avuto più di 200 morti: i nostri «statisti» (Prodi e D’Alema) ne sono edotti?
La missione in Libano fondata sulla 1701 aveva all’origine un preciso obiettivo politico: il disarmo delle milizie hezbollah realizzato dall’esercito libanese con l’appoggio delle truppe Unifil. Non solo questo obiettivo è scomparso, ma anzi la Siria e l’Iran hanno ripreso a riarmare hezbollah. In compenso siriani ed hezbollah sia con omicidi mirati sia con la manovra politica stanno destabilizzando il governo Siniora. A questo punto tutto il castello di carte costruito da Prodi e D’Alema è crollato.
In questo contesto D’Alema almeno sottolinea la gravità della situazione (che la Casa delle libertà ha segnalato fin da questa estate mentre il nostro ministro degli Esteri si crogiolava nella sua lungimiranza di statista), invece Prodi ha una posizione simile a quella dei peggiori governi democristiani del passato: per lui è essenziale il «dialogo» con la Siria e con l’Iran. Per quale obiettivo? Allo stato, specie per quello che riguarda l’Iran, per fare affari in cambio di una politica antisraeliana. Per Prodi il fatto che Ahmadinejad sia portatore di una linea caratterizzata da un fondamentalismo imperialista, da un antisemitismo storico e dall’intenzione di distruggere Israele sono particolari del tutto trascurabili. Parigi val bene una messa (dell’Eni o di altra industria). In quei tempi (gli anni ’70-80) nei quali alcuni esponenti democristiani conducevano nel Medio Oriente una politica estera assai ambigua, tuttavia l’estremismo palestinese e arabo non avevano la globalità dell’attuale fondamentalismo islamico e di Al Qaida. Ma notoriamente Prodi ha ereditato tutto il peggio e non il meglio del metodo democristiano nella gestione del potere.
*Vicecoordinatore di Forza Italia