La politica non è sport da signorine

«Sono in un sistema liberale, come un lupo in una steppa incolta»: questi versi di Michel Houellebecq, da Il senso della lotta (la raccolta di poesie uscito dal catalogo Bompiani da anni) è forse quella che meglio sintetizza la vita e il pensiero di Hunther S. Thompson, il più assurdo e irregolare scrittore americano degli ultimi 50 anni.
Inventore del gonzo journalism, uno stile di scrittura che combina giornalismo tradizionale, impressioni personali e artifici narrativi del racconto, Thompson è l’emblema dell’anticonformismo e della critica più spietata al sistema «illiberal» statunitense. Da una parte era e si sentiva un americano totale, ma non totalizzante, dall’altra il suo spirito peace&love diventava una carica esplosiva di inchiostro deflagrante. Tutti i suoi libri - dal romanzo Paura e disgusto a Las Vegas alla cronaca delle primarie raccontate a suo modo in Meglio del sesso - sono irriverenti atti d’accusa ad un sistema che Thompson ha sempre cercato di sabotare in ogni modo.
Raoul Duke o Dr Gonzo, come amava essere chiamato, ha sempre voluto stupire tutti: un freak out della letteratura civile. Un uomo che, come ha scritto Tom Wolfe in occasione della sua morte nel febbraio del 2005, ha fatto della propria vita e della propria opera «un lungo sbraito barbarico», un urlo di derisione per tutte le convenzioni che ha sempre combattuto sin dagli anni ’60.
Comportamenti estremi, a volte inspiegabili: al Tom Wolfe che voleva includerlo in un’antologia sui padri del New Journalism americano, rispose che non era New, ma solo Gonzo.
A chi gli rimproverava di essere soltanto critico e mai propositivo nei confronti del Sistema rispose a suo modo: candidandosi nel 1969 a sceriffo della città di Aspen (già meta sciistica del jet set internazionale) con un programma elettorale che prevedeva mescalina libera per tutti e marijuana seminata per le strade. Al contempo Thompson è stato capace di raccontare, come in passato hanno fatto solo Mark Twain, Artemus Ward e Petroleum V. Nasby, la commedia umana americana. Sino al 1992, data di pubblicazione di Paura e disgusto a Las Vegas (da cui Terry Gilliam ha tratto l’omonimo film con Johnny Depp e Benicio del Toro), Thompson era stato quasi dimenticato: poi la ristampa di tutti i suoi libri e una bellissima monografia dedicatagli, proprio nel ’92, dalla prestigiosa casa editrice americana McMillian. Da lì la consacrazione, il ritorno di questo irregolare della letteratura a icona del dissenso. Sino all’ultimo atto, sino alle ultime volontà di far sparare le sue ceneri in cielo da un cannone di 45 metri (un’operazione da 2 milioni di dollari totalmente sovvenzionata dall’amico Johnny Depp). Ceneri che oggi arrivano anche in Italia in un volume che raccoglie 83 articoli in cui Thompson ci racconta gli ultimi 20 anni di storia americana. In Hey Rube, a giorni in libreria per Fandango (pagg. 280, euro 18), sono riuniti gli scritti giornalistici «sportivi» dello scrittore. Sportivi tra virgolette perché Thompson con la scusa delle partite dell’Nba o delle finali del Superbowl compie un vero e proprio attacco al cuore politico e sociale dell’America. A partire dal titolo: da una parte Hey Rube, nel gergo giornalistico statunitense vuole indicare una rubrica fissa, dall’altra Rubes significa idioti, perdenti.
Perché è proprio contro i Rubes che Thompson se la prende: «contro la spirale discendente dell’idiozia» che sembra non avere più freni. Thompson è chiaro sin dalla prefazione, firmata 20 novembre 2000: «Paura e disgusto garantiti. Abbandonate ogni speranza. Preparatevi all’assurdo. Abituatevi al cannibalismo». Avrebbe potuto aggiungere «Hey, idioti», ma l’aveva già fatto nel titolo: cosa pretendere di più? Ed eccoci, come idioti o come lupi in una steppa incolta, immersi nelle sue pagine, in quel deserto paradisiaco che sono gli Stati Uniti degli Anni Zero, anni a doppia mandata emotiva, anni in cui «il destino è una corda sottile tesa tra la sopravvivenza e il disastro». Thompson parte dalla convinzione che «non esiste quella che chiamiamo paranoia: perché le peggiori paure possono diventare realtà in qualsiasi momento». E per lo scrittore americano lo spettro non è tanto il terrorismo («Osama Bin Laden è come un vampiro che non ha ombra, eppure la sua ombra sta sopra tutti noi»), ma la deflagrazione del sistema economico e politico. Il vero problema è che «viviamo in un tempo di aspettative in diminuzione» e che, soprattutto, «siamo in guerra e resteremo in guerra con questo nemico strambo e misterioso per tutta la vita». Il nemico, quello vero, non ha i connotati dei kamikaze ma è un nemico dall’apparente sorriso sulle labbra, un nemico che ci ha portati a vivere in un sistema democratico «minacciato da tre tendenze, o correnti, o sviluppi, o piaghe, manie, mode, e realtà sicuramente inevitabili: tette grosse, portafogli magri, e una fifa tremenda del recupero credito». Era il 2000: la recessione americana era ancora lontana dal divenire, ma già per Thompson alla «società dello spettacolo» si sarebbe sostituita la società dei divertimenti: «Da questo momento il football è necessario. Fino a poco fa, era solo un passatempo brutale, ma adesso è il segreto per la sanità mentale della nazione». In ogni pagina Thompson nomina George W. Bush come esempio di idiota postmoderno: «Un bamboccio terribilmente goffo che è uno squallido esempio di guai che ti arrivano a casa tutti insieme. È come un allenatore di football mezzo scemo che affronta una partita importante senza una tattica. BUM! Vergogna e sconfitta vi perseguiteranno per tutta la vita».
Senza mezzi termini Thompson ribadisce il concetto di una nazione allo sbando in cui «l’unico sport veramente violento è la politica ad alti livelli». «È chiaro», scrive, «che a cose normali non ce ne potrebbe fregare di meno, solo che la politica comincia ad avere lo stesso odore del football professionistico, marcio e malato. E questo è un problema che potrebbe perseguitarci per molto molto tempo». Ma lontano dal prendersela solo con presidenti e alte cariche democratiche lo scrittore sottolinea come il vero problema siamo noi. Perché, quasi vivessimo in un moderno Circo Barnum, ci stiamo trasformando in freaks, in «scherzi della natura, pagliacci e belve feroci».