Addio a Elio, lo stilista-poeta: un visionario dall'anima pop

Iniziò nel negozio di pantofole del padre e costruì un impero. Tra gli anni '60 e '70 la sua avanguardia creativa fece conoscere l'Italia nel mondo. E cambiò i costumi

Amava le pesche e i fichi. Gli ricordavano i colori e i profumi della campagna di infanzia. Elio Fiorucci ha scelto di andarsene quando colori e profumi di quelle frutta riempiono questi giorni aspri di afa pesante. Aveva ottant'anni ma nessuno poteva e voleva crederci. Perché Fiorucci, ricordando mille cose sue, mai ha avuto un'età definita ma, in fondo, definibile, nelle sue creazioni che potevano essere un paio di jeans o una felpa e una t-shirt e qualunque cosa che avesse tinte allegre e, insieme, calde, quasi una carezza infantile. Non so che fine abbia fatto la bottega di pantofole dove trascorse i primi anni e dove imparò dal padre l'arte dell'invenzione detta poi creatività. Quelle pantofole diventarono una mattina un paio di galosce ma meno tristi e grigie, il colore fu esplosivo e così la curiosità di chi le vide e volle comprarle.

I piedi significano anche gambe e sulle gambe Elio Fiorucci disegnò quei jeans ideati mettendo assieme lycra e denim, rendendo eccitante uno spot pubblicitario, una donna bellissima che baciava un cavallo. Lui stesso aveva detto di dover ringraziare Mary Quant la quale, con l'idea della minigonna, aveva sdoganato il corpo delle ragazze, rendendolo finalmente più chiaro, palese, bello, conturbante. Londra era il viaggio dei sogni che diventano realtà, Londra erano i Beatles ed era Biba, quell'emporio che sembrava essersi fermato ai favolosi anni dell'Art Nouveau, lo stile Liberty, floreale dovunque e comunque, l'ascensore a pompa, azionato a manovella da un ragazzo con la divisa come i lift di quel tempo andato, le commesse anche loro addobbate come in un film senza il sonoro. Fu la luce per Fiorucci, la scoperta e la conferma che si «può fare» anche da noi e nel resto del pianeta.

Dunque il jeans poteva rappresentare il completamento di quell'audace gonna sopra il ginocchio e così fu, perché la Fiorucci mania emigrò a Londra, per affetto e negli Stati Uniti e New York, per business, con uno store fantastico diventò il punto di riferimento.

Fu il tempo delle amicizie con Andy Warhol e Keith Haring, furono gli anni della cerimonia di apertura, sontuosa, dello Studio 54 e Fiorucci fu l'uomo che provvide a quell'evento. Era lui il nostro man made in Italy, era il suo sorriso gentile, era la sua leggera erre arrotata, erano i colori mai abbaglianti dei suoi abiti, erano gli oggetti divertenti che uscivano dalla sua testa e dai suoi negozi. Anni belli per Milano, Fiorucci ne è stato un simbolo e non soltanto per la moda, un modo di restare italiano, con uffici e dimora nella stessa città, anche quando il marchio passò nelle mani e nei conti bancari dei giapponesi. Ha vissuto fino ad ottant'anni tra mille fastidiose mosche che ronzavano sul suo stato di salute, insetti malefici che adorano lo sterco non conoscendo il profumo. Delle pesche e dei fichi.