Quel bacio tra padre e figlio è uno spot dell'Isis sul terrore

In un video l'addio di un genitore al suo piccolo martire è lo specchio dell'infanzia usata per amplificare l'orrore

Due teste vicine l'una all'altra, avvicinate dal bacio del padre al figlio: ma è il bacio della morte. Il volto del padre, per misericordia divina verso chi guarda, non si vede, ma il viso del figlio è visibile in tutta la sua bellezza: è un angelo decenne. Tuttavia, armato di auto bomba sta per uccidere vicino alla città di Aleppo. È un piccolo assassino dell'Isis. E questo, è uno dei video con cui l'Isis ci ha abituati all'idea che gli esseri umani sono anche mostri paleolitici, tirranosauri avidi di sangue.

Il film insiste per 23 minuti a terrorizzarci col racconto di come un bimbo, Abu Imar al Omari, sia stato istruito dal padre per farsi detonare con un Suv. L'esplosione è la happy end del film, il martire è volato in paradiso (impossibile verificare se si tratti di materiale genuino), gli uomini di Assad sono stati fatti a pezzi. Questi video sono tutti libri di testo su cui impariamo che il terrorismo ha fatto dell'uso dei bambini uno stilema irrinunciabile. Il terrorismo deve usare i bambini: lo rende più mostruoso e quindi temibile, e la sua ideologia ha bisogno di un mondo vergine che sia totalmente, solamente suo, del suo mondo a venire. Abu Imar dice che la decisione di compiere un attacco suicida gli ha dato «la più grande sensazione che si possa immaginare» e di sperare che l'attacco sarà il suo «momento più grande».

Dice anche che è stato suo padre a ad incoraggiarlo a farsi terrorista suicida. Anche il padre parla in video: «Un uomo che teme per la vita del figlio non permette la salvezza dalle fiamme dell'inferno, l'attacco sarà la chiave per il paradiso con l'aiuto di Allah». È stupefacente quel che si vede? No, è solo rivoltante, ma abituale. L'Isis ha prodotto almeno 89 film di propaganda con attacchi di bimbi. Il regista ha voluto nel video anche la figura del padre per rendere la cosa ancora più terrificante, e ci riesce nonostante ormai il terrorismo, e non solo quello dell'Isis, ci abbia allenato sia all'uso di bambini che a quello di genitori che gioiscono nel fornire al Moloch la carne dei loro figli. Il bambino che appare nella foto è bello, ingenuo come ogni bambino, e il desiderio di ciascuno di noi è quello di scansare quel padre orribile e fornirgli un vero genitore. Ma non è andata così né a Abu Imar né a un numero crescente negli anni di minorenni terroristi, Talebani, Al Qaeda, Boko Haram, di tutta l'Africa e l'Oriente, palestinesi.

I terroristi collezionano stie di bambini che imparano a mente il Corano più per il suono e il ritmo che per il contenuto, li allevano isolati, ignari, consapevoli solo della cultura del «martirio», bambini per cui morire è normale e anzi desiderabile, cui viene insegnato ad uccidere e a essere uccisi. Nella loro testa ha radici il concetto che il nemico non è umano: qualcuno si ricorderà un video del 14 gennaio in cui un piccolo kazako dell'Isis ammazza due supposte spie russe, o la vicenda di una bambina suicida che ha fatto una strage in Nigeria. Il terrorismo usa i bambini e i ragazzini ogni giorno. Tutto il terrorismo. Fra i palestinesi, la madre «Umm Nidal» spinse al terrorismo tre figli fra cui uno di 13 anni. Fu eletta in parlamento. Nel 2002 diventò famosa la foto del «baby bomber» di 18 mesi con una cintura esplosiva, ora molti dei terroristi col coltello, fra cui uno imprigionato ieri dalla polizia israeliana, hanno intorno ai 13-14 anni. Per forza: i poster, i video, la tv, i discorsi dei politici, tutto gronda ammirazione per gli shahid bambini. Arafat già ne invocava un'ondata. I ragazzi che si armano adesso seguono una sorte iscritta nella loro educazione. Per il ragazzino palestinese, più affacciato sul mondo, c'è maggiore speranza di chiudere il capitolo: ma lo stesso paradiso della fama dello shahid ne infiamma la mente e nutre la guerra contro crociati, ebrei, islamici traditori.