Bibi cerca il governo di unità nazionale Immunità certa solo con l'esecutivo

Il 2 ottobre rischia l'incriminazione. Stretta di mano con Gantz

Gerusalemme Chi pensava che finalmente la terribile campagna elettorale in Israele fosse finita, non ha fatto i conti con la determinazione delle due parti: Benny Gantz, che alla fine della conta ha ricevuto, secondo il canale tv 13, 33 seggi, e Netanyahu, che è rimasto a 31 sono ancora come due galli in battaglia. Il primo, se si conta anche il dubbio consenso della lista araba, coi suoi 13 seggi avrebbe 57 seggi, e Bibi 55. Ne occorrono 61 per fare il governo. Nel mezzo, come l'araba fenice, Avigdor Lieberman con i suoi seggi (diventati 8), che dice «Basta trucchetti» e invita Netanyahu a fare un governo di unità nazionale con lui e con Gantz, spingendo - avrebbe detto ai suoi - perché sia quest'ultimo a guidarlo. Bibi comunque non ha nessuna intenzione di arrendersi. Sa che Israele non intende andare per la terza volta alle elezioni, pensa che comunque questa soluzione forse gli darebbe spazio per riconquistare i voti perduti, e quindi gioca libero e veloce. Ha poco tempo: il 25 il presidente comincia le consultazioni, in sette giorni, il 2 ottobre, deve concludere e dare il mandato e il prescelto ha poi 28 giorni fino al voto di fiducia. Proprio il 2 ottobre Bibi sarà sentito dai giudici per una eventuale incriminazione, e qui scatta la sua necessità di ricevere l'immunità parlamentare che gli sarebbe garantita solo se ha il governo. Conta sul suo carisma ancora molto forte e sulla inesperienza e la scarsa coesione del suo diretto interlocutore e nemico, Benny Gantz, un bravo generale ma un neonato del Parlamento.

Ed ecco dunque ieri mattina, nell'anniversario della morte di Shimon Peres, Netanyahu incontra, insieme, il presidente Reuven Rivlin (non un suo grande amico) e Benny Gantz; afferra le mani dei due con un gran sorriso, i fotografi scattano. Gli occhi dietro gli occhiali da sole nella calura gerusalemitana non si incontrano. Ma la foto parla chiaro: sorrisi, speranza, unità nazionale. Quello di cui Israele ha bisogno per curare le ferite: Bibi lo sa bene, ha perduto, ma non ha subito una sconfitta drammatica, i numeri lo dicono. Segue subito un video in cui chiama l'altro duellante a un incontro a due per discutere l'unità nazionale, il governo di coalizione «per tutti quelli che credono in Israele come Stato ebraico e democratico». Senza precondizioni, dice Bibi, non dobbiamo andare a nuove elezioni, e ricorda come Shimon Peres e Yitzchak Shamir, persino loro due, riuscirono a formarlo negli anni 80. La proposta sottintende, così, anche il criterio della rotazione, e quindi la proposta di guidare personalmente il Paese. Rivlin ha subito lodato lo spirito positivo della proposta unitaria. Ma da parte di Gantz la risposta è stata fredda, cauta, nella determinazione di far valere la vittoria, con un'accusa chiara a Netanyahu di tentare una scorciatoia verso un ruolo che ormai appartiene, pensa Gantz, solo a lui.

Le due parti in realtà sono costrette da una serie di lacci e lacciuoli che lasciano aperta l'ipotesi dell'unità nazionale, ma come? Con o senza Bibi? Bibi non ha abbastanza voti per arrivare a 61 e ha riunito subito i partiti religiosi e di destra che stanno dalla sua in una promessa di gestire le trattative insieme. Può fidarsene? Non è detto.

Gantz sa a sua volta che il partito arabo, di cui dovrebbe ottenere l'appoggio esterno, è spaccato e incerto. Il famoso jolly che potrebbe coi suoi otto seggi risolvere ogni problema ha aggredito troppo direttamente i religiosi perchè ambedue le parti si sentano a loro agio con lui. Ma più di tutto gioca l'ostracismo culturale della sinistra e anche di Gantz rispetto a Netanyahu: mai con Bibi, diceva tutta la campagna elettorale. Il Likud dovrebbe rinunciare a lui, e questo sembra impensabile, ma chi può giurare che nel prossimo futuro non ci sia una rivoluzione?