Bibi e lo Yom Kippur tra i guai giudiziari e il rifiuto di Gantz

Rischia l'incriminazione. E il rivale: sì al governo se va a casa

Gerusalemme Due scene molto concrete, su sfondo spirituale: questa è la situazione in Israele mentre si cerca di venire a una conclusione sulla situazione giudiziaria di Benjamin Netanayhu e sul governo di un Paese pericolosamente sospeso nel vuoto e sull'eventuale terza tornata elettorale in un anno. Da una parte 20 avvocati dello Stato e 10 di Netanyahu discutono da ieri tre possibili accuse che possono trasformarsi in incriminazioni; dall'altra una riunione della fazione di Bibi, 55 seggi in Parlamento contro i 44 della sinistra di Benny Gantz, che però ha due seggi in più come partito (33 contro i 31 del Likud) si registra che Gantz rifiuta il governo di coalizione se Bibi non va a casa. E lui non ne ha nessuna intenzione.

Non dimentichiamo lo sfondo spirituale: questo è un Paese che dopo Capodanno, celebrato da domenica fino a martedì sera, prepara Yom Kippur, il giorno della riflessione, del pentimento, delle scuse. E invece la situazione politica rende tutto aspro, aggressivo, pieno di accuse: la proposta di Bibi di incontrare Gantz è stata rifiutata con parole ingiuriose, «Vuoi tutto il potere, non ti crediamo». Il maggiore oppositore è Yair Lapid, che avendo stretto con Gantz un accordo di rotazione, non vuole certo condividerlo con Bibi nell'eventualità di un governo di coalizione che dovrebbe suddividere il ruolo fra le parti. E c'è anche il rifiuto legato a un'intera lunga grancassa mediatica antiBibi, condannato a essere corrotto molto prima che i giudici persino si riunissero, per cui Gantz incorrerebbe in caso di accordo con lui nell'anatema delle sue truppe. E c'è anche la speranza che l'avvocatura dello Stato decida che Bibi è incriminato, e così l'ipotesi di vederlo di nuovo premier diventerebbe molto precaria. Ma Netanyahu sembra tutt'altro che rassegnato: oggi è fissato un incontro con l'oggetto misterioso Avigdor Lieberman.

Le accuse a Bibi sono tre, e si riferiscono ai doni (champagne e sigari) che avrebbe ricevuto dal suo amico Arnon Milchan, e al supposto tentativo di corrompere l'informazione con la promessa di finanziamenti pubblici al sito Walla purché gli dedicasse una migliore copertura. Qui si impernia l'accusa di «corruzione», la peggiore. Le altre sono frode e abuso di fiducia. Se cadesse questa accusa, le altre sono di minore rilievo. Gli avvocati si dicono fiduciosi di convincere i giudici che «non c'è niente, perché non c'è stato niente», la formula che ripete sempre Bibi. La questione del potere politico e del potere dei giudici ovviamente è in primo piano, Netnayahu come tanti altri di fatto subisce un giudizio preventivo improprio che ha certo influenzato le elezioni, è quasi un miracolo che metà popolazione seguiti a credere in lui come premier.

Il Paese è sempre in pericolo: Macron in tutte le foto a New York si fa fotografare mentre con frivoli sorrisi riempie Rohani di affettuosità e pacche sulle spalle e cerca di portarlo in ogni modo a recuperare i favori americani facendolo parlare con Trump (la manovra, molto audace e degna di un miglior amico, non è tuttavia riuscita); intanto il generale delle Guardie della Rivoluzione Hossein Salam annuncia che ormai l'Iran ha i mezzi per realizzare il suo sogno di distruggere Israele, e Qassem Suleimani dichiara che l'Iran ha sconfitto gli Usa. Israele tiene sorprendentemente il timone di un processo democratico funambolico, su due piste del circo mondiale, quello della legalità e quello della democrazia. Ma non dimentica quello della difesa dall'aggressione bellica.