"Il Big Ben deve suonare per la Brexit". E Johnson lancia una raccolta fondi

Nonostante il no dei Comuni, il premier chiede ai cittadini di raccogliere 500mila sterline. L'accusa: «È sciovinismo»

Meno quindici giorni alla Brexit, quella vera, senza più dubbi, rinvii e incertezze, fissata per le 23, ora di Greenwich, del 31 gennaio (in Italia sarà mezzanotte). E quale migliore occasione, nei sogni dei nazionalisti britannici, per far tornare il Big Ben a suonare in modo da rimarcare un momento storico? E di farlo mettendo al centro Westminster, sede del Parlamento ed edificio simbolo della democrazia inglese nel mondo? Il deputato conservatore Mark Francois, uno dei falchi dell'addio alla Ue, ha avanzato la proposta la settimana scorsa, presentando un emendamento alla legge sulla Brexit, quel Withdrawal Agreement Bill votato dalla Camera dei Comuni il 9 gennaio, con l'ampia maggioranza (330 favorevoli, 231 contrari) di cui ormai gode il primo ministro Boris Johnson dopo il trionfo alle elezioni del 12 dicembre. La mossa non gli è riuscita. Emendamento bocciato. Perché il Big Ben è in ristrutturazione dal 2017 e lo sarà fino al 2021. La campana ha suonato finora solamente per il Remembrance Sunday e l'Armistice Day, i due giorni in cui gli inglesi ricordano protagonisti e vittime delle due guerre, e nella notte di San Silvestro. Rimetterla in funzione sarebbe troppo costoso: 500mila sterline (580mila euro), di cui 120mila per installare una base provvisoria e 400mila per i ritardi che i lavori accumulerebbero, aggiungendosi alla cifra complessiva di 61 milioni.

Ma la questione non si è affatto chiusa. Tutt'altro. Il tema è tornato di prepotenza nel dibattito pubblico dopo che il premier Johnson ha dichiarato alla Bbc che «il governo sta lavorando» a un piano per coprire i costi suggerendo, con una sorta di scioglilingua, che una raccolta fondi sarebbe la soluzione. «To bung a bob for a Big Ben bong», contribuire con uno scellino per un bong dell'orologio, è l'idea. Chiedere ai cittadini volenterosi, che brinderanno alla ritrovata sovranità britannica, di partecipare come possono. «Se l'opinione pubblica vorrà sentire i rintocchi del Big Ben e raccoglierà i soldi, sarà fantastico». Ma il governo non supervisionerebbe il crowdfunding, che dovrebbe avvenire in maniera indipendente, ha precisato più tardi una fonte di Downing Street.

Ed eccolo il problema, divisivo, come da sempre ci ha abituato la Brexit. Davvero l'operazione sarebbe così costosa? E semmai riuscisse, potrebbe sinceramente concretizzarsi? La Camera dei Comuni è convinta di no e ha aggiunto la sua contrarietà anche dopo il voto in Aula: le spese stimate di 50mila sterline a rintocco non sono giustificabili e l'uso delle donazioni sarebbe «senza precedenti». Anche una raccolta fondi dovrebbe essere «coerente con il principio di correttezza e il regolare controllo della spesa pubblica». Non solo: dovrebbe avere il via libera dei Comuni che, tramite un procedimento «ben consolidato», hanno diritto di approvare le spese che consentono di «preservare la sua posizione costituzionale rispetto al governo». I suoi rintocchi nel Brexit Day sarebbero solo «una spesa esagerata, sprecata per puro sciovinismo», incalza il deputato laburista David Lummy.

Ma a soffiare sulla campana della maestosa Elizabeth Tower, 13.5 tonnellate, è come sempre Mister Brexit, alias Nigel Farage, che accusa la Camera dei Comuni di fare «ostruzionismo» e sogna che Boris annunci il rintocco del Big Ben e si presenti nella piazza del Parlamento «per celebrare questa straordinaria giornata». Mille sterline sono già arrivate da Lord Ashcroft, celebre finanziatore dei Tory. Eppure il piatto delle dieci raccolte fondi, lanciate in questi giorni, finora langue. Riuscirà Boris anche in questa impresa?