Denunce inutili e il caso Salah. In Belgio la sicurezza fa acqua

Nonostante sia un crocevia di jihadisti europei e pesi ancora la storia dello stragista di Parigi, Bruxelles continua a ripetere gli stessi errori

«Il nostro non è più il quartiere residenziale tanto decantato, serve l'intervento delle forze di polizia. Ci sono strani movimenti e qualcosa di grave potrebbe accadere». È l'accorato appello lanciato dal borgomastro di Forest, Jean Marc Ghysseels, al direttore dell'antiterrorismo belga Paul Van Tigchelt. Ghysseels scrisse la lettera, come riporta il quotidiano Nieuwsblad, addirittura lo scorso 19 gennaio, quasi due mesi prima del blitz di ieri pomeriggio. Il Belgio continua quindi a ripetere gravi errori in materia di sicurezza, nonostante sia a tutti gli effetti il crocevia dei jihadisti europei. Sull'esecutivo del premier Charles Michel già pesava la spaventosa voragine che si era aperta nella notte tra il 13 e 14 novembre scorso, quando Salah Abdeslam, il braccio armato della strage di Parigi, era riuscito a rientrare in Belgio per rifugiarsi nel quartiere ad alta densità jihadista di Molenbeek.

Un errore imperdonabile che di fatto aveva rallentato le indagini trasformando Salah in uno dei terroristi più ricercati del pianeta. Proprio per queste ragioni Michel a inizio anno aveva liquidato il responsabile per la sicurezza nazionale Andre Vandoren per sostituirlo con l'ex procuratore generale di Anversa Paul Van Tigchelt. Doveva essere l'uomo dal pugno duro, almeno così veniva dipinto, ma la lettera del borgomastro Ghysseels purtroppo mette a nudo una certa superficialità nell'attività investigativa e decisionale del nuovo direttore. A Bruxelles gli scenari sono cambiati, e non poco, negli ultimi mesi: non sono più Molenbeek e Vilvoorde i quartieri ad elevata concentrazione jihadista. Semmai solo Molenbeek, soprattutto nella zona a ridosso della fermata della metropolitana Ribaucourt, mantiene intatto il suo ruolo di smistamento di combattenti in partenza per la Siria, ma le cellule che agiscono in Europa si sono invece trasferite altrove. A Zaventem ad esempio, snodo strategico sia per la presenza dell'aeroporto internazionale, che di ben due stazioni della ferrovia suburbana che collegano la periferia settentrionale di Bruxelles al cuore della capitale.

Arresti sono stati effettuati lo scorso 21 dicembre nientemeno che nel rione di Dansaert, una sorta di via Montenapoleone in salsa belga, a dimostrazione che i miliziani selezionano covi operativi persino nel salotto buono della città. Tra il nuovo che avanza nella strategia dell'Isis figura, ma non da ieri, anche Forest, 48mila anime, conosciuto fino a poco tempo per aver dato i natali a Raymond Goethals, uno dei guru del calcio mondiale. Forest rappresenta, ma a questo punto sarebbe il caso di parlare al passato, una zona residenziale, tranquilla e sicura. Persino le brochure turistiche la dipingono come «il quartiere per eccellenza delle famiglie». Eppure gli uomini braccati dalle forze dell'ordine in rue du Dries alloggiavano proprio in mezzo alla borghesia, quella al di sopra di ogni sospetto. Alcuni sono jihadisti, altri combattenti dormienti, ma pronti ad entrare in azione.

Anche Forest, precisamente come Zaventem, ha il suo appeal logistico: si trova a due passi dalla E-19, l'autostrada che porta diritto a Valenciennes, in Francia. La stessa percorsa in auto dai terroristi della strage di Parigi, e a ritroso dal super ricercato Salah. Sebbene venga mantenuta l'allerta 3 (su 4) di terrorismo, corrispettivo a minacce possibile di attentati, il Belgio rimane molto vulnerabile e sul banco degli imputati è salito il ministro degli Interni Jan Jambon, già accusato nel recente passato da una parte dei media, e dalle opposizioni, di essere stato informato sugli strani movimenti dei fratelli Brahim e Salah Abdeslam, «ma di non aver fatto nulla per metterli nelle condizioni di non nuocere».