Donne e bambini sui tetti La guerra infame del Califfo

A Mosul continua l'avanzata sulla «capitale» irachena dell'Isis. Ma l'incubo di una carneficina di civili è realtà

La battaglia finale per la conquista di Mosul potrebbe trasformarsi in una carneficina. Le contromisure adottate da Al Baghdadi sono aberranti: il leader dell'Isis ha ordinato di posizionare donne e bambini sui tetti delle case e a ridosso di obiettivi sensibili della città.

Secondo indiscrezioni sarebbero già stati selezionati 1.200 «scudi umani», in attesa che l'esercito iracheno faccia irruzione a Mosul. Un gesto terrificante che è stato duramente condannato anche da Papa Francesco nel corso dell'Angelus. Il Pontefice ha parlato di «animi scossi dagli efferati atti di violenza contro musulmani e cristiani. Preghiamo tutti insieme per il popolo iracheno».

Intanto la battaglia prosegue su più fronti, tra il diossido di zolfo che continua a rendere irrespirabile l'aria e le trincee riempite di petrolio che verranno incendiate per creare una cortina invalicabile. Azioni destabilizzanti che non sembrano scoraggiare le forze curde.

Ieri i Peshmerga hanno isolato otto villaggi a nord-est di Mosul, arrivando fino a meno di dieci chilometri dalla roccaforte del Califfato. In un dispaccio affermano di aver sigillato un'area di circa 100 chilometri quadrati, di aver ripulito un pezzo importante di autostrada per limitare i movimenti dei jihadisti e di aver anche lanciato una nuova offensiva su Bashiqa, una ventina di chilometri a sudest di Mosul. L'attacco delle forze curde è supportato dall'artiglieria turca. A Bashiqa è stato eliminato fisicamente l'emiro Abu Farouq, uno dei consiglieri militari di Al Baghdadi. Con il passare dei giorni cresce però il timore per un possibile attacco chimico. Non è un mistero che due anni fa i mujaheddin del Califfo abbiano saccheggiato gli arsenali di Saddam Hussein, ma già nel novembre 2012 misero le mani su ordigni non convenzionali in un bunker conquistato all'esercito di Al Assad. Per queste ragioni i militari Usa hanno distribuito 40mila maschere antigas ai soldati iracheni e altre 9mila ai Peshmerga.

L'Isis nel frattempo ha lanciato un attacco a Rutbah, città irachena nella provincia occidentale di Anbar. Era stata annessa allo Stato Islamico nel giugno del 2014 e liberata dall'esercito del generale Al Barwari appena 4 mesi fa. Il sindaco Imad Meshaal ha riferito che l'assalto è stato respinto in serata grazie all'arrivo delle truppe di Bagdad. Questo però non significa che l'allarme sia completamente rientrato. I terroristi sono ancora alle porte della città, mentre un altro squadrone sarebbe stato avvistato a una cinquantina di chilometri a nord, dalle parti di Qaim, quasi sul confine con la Siria.

È evidente che per annientare le forze dell'Isis serva maggior collaborazione tra i vari alleati sul campo. Ne è convinto il numero uno del Pentagono Ashton Carter, arrivato sabato in Iraq. Dopo essersi riunito con il capo di stato maggiore dell'esercito iracheno Al Barwari, ieri si è trasferito a Erbil per seguire da vicino la battaglia e incontrare il leader curdo Masoud Barzani.

In fine, ma non meno grave, c'è la questione dei profughi generati dalla guerra. Il rappresentante dell'Unicef per l'Iraq Peter Hawkins ha aggiornato i dati parlando di oltre 4.000 persone fuggite dalle zone intorno a Mosul dall'inizio dell'offensiva militare. Hawkins ha inoltre sottolineato che le condizioni dei bambini in almeno uno dei campi per i rifugiati sono «molto, molto precarie. Serve davvero di tutto, e il problema è che il conflitto ha tagliato quei pochi collegamenti esistenti per i soccorsi».