Filippine, due bombe nella cattedrale

Nella chiesa di Jolo ordigni a messa: 20 morti, 80 feriti. C'è la firma di Abu Sayyaf

Chiang Mai (Thailandia) Il Sud delle Filippine torna a tremare. Ieri mattina la follia islamista ha colpito, ancora una volta, i cristiani del Paese. Intorno alle 8.45, durante la celebrazione della messa domenicale nella cattedrale della città di Jolo, l'esplosione di due ordigni artigianali ha ucciso almeno venti persone e provocato il ferimento di più di ottanta. «La prima bomba è stata fatta esplodere all'interno della chiesa», ha spiegato il colonnello Gerry Besana, portavoce militare della regione. «La seconda esplosione, pochi minuti dopo, è avvenuta nel parcheggio mentre le forze governative erano già in azione».

La strage dei fedeli non è stata ancora rivendicata. Ma per gli investigatori la pista da seguire è solo una. Quella dei jihadisti di Abu Sayyaf, un gruppo locale che prima si ispirava ad Al Qaida e negli ultimi anni ha giurato fedeltà allo Stato Islamico. E che proprio nell'isola di Jolo, nascosta tra la fitta vegetazione della giungla, ha la sua roccaforte. «Il movente è sicuramente il terrorismo. Queste sono persone che non vogliono la pace», ha detto senza giri di parole Besana.

L'organizzazione, da tempo nella black list degli Stati Uniti e del governo filippino, si è macchiata di decine di attentati, decapitazioni e sequestri di persona, tra questi anche l'italiano Rolando Del Torchio, rimasto prigioniero degli islamisti per sei lunghi mesi.

Abu Sayyaf insieme al Maute un altro gruppo filippino affiliato alle bandiere nere nel maggio del 2017 aveva provato a instaurare il primo Califfato del Sud-Est asiatico a Marawi, sempre nel Sud del Paese. Le truppe governative erano riuscite a liberare la città dopo quasi cinque mesi di duri combattimenti. Il conflitto ha causato più di mille morti, 400mila sfollati e la completa distruzione della città. Ancora oggi deserta.

L'attentato di ieri arriva pochi giorni dopo che un referendum ha approvato la Bangsamoro Organic Law (Bol), concedendo una maggior autonomia regionale ai musulmani, prevalenza nel Sud delle Filippine, ma minoranza nel Paese più cattolico dell'Asia. La speranza del presidente Rodrigo Duterte era quella di chiudere una guerra che in cinque decenni ha fatto 150mila vittime e bloccare i gruppi islamisti sempre più attivi, anche grazie all'aiuto del Moro Islamic Liberation Front (Milf), la più grande guerriglia autonomista che ha combattuto per anni contro il governo, per poi firmare le trattative di pace che hanno portato proprio alla Bol. Grazie a questa legge, la regione di Bangsamoro la più arretrata delle Filippine, nonostante la posizione strategica e le numerose risorse naturali dovrebbe avere i suoi poteri esecutivi, legislativi e fiscali entro il 2022.

Il rischio di attentati era annunciato da tempo. Secondo il governo, attualmente, esistono 23 gruppi affiliati all'Isis e numerosi stranieri esperti di esplosivi provenienti dal Medio Oriente e da altre nazioni asiatiche sono stati arrestati negli ultimi mesi. A Capodanno, un'esplosione a Cotabato ha ucciso due persone e ne ha ferite altre 35. A fine luglio, invece, un'autobomba è esplosa in un posto di blocco militare nell'isola di Basilan, provocando la morte di 11 persone.

La tensione rimane alta in tutto il Paese, soprattutto per i cristiani. Il ministro della Difesa Delfin Lorenzana ha ordinato all'esercito «di alzare il livello di allerta per garantire la sicurezza in tutti i luoghi di culto e di porre in atto azioni preventive per stroncare sul nascere eventuali altri atti di terrorismo».