Il Gabon sull'orlo della guerra civile Quasi 200 italiani «ostaggi» degli scontri

Rivolte, spari e vittime dopo le contestate elezioni. Farnesina in allerta

«La situazione è così caotica che non sappiamo neppure se e quando uscire di casa. Anche perché buona parte di quanto sta accadendo lo apprendiamo da internet. Ci sono soldati ovunque e si sentono colpi d'arma da fuoco». È il racconto di Alberto Rivali, 27enne dipendente di uno dei nove ristoranti italiani di Libreville, la capitale del Gabon, paese che sta vivendo tensioni senza precedenti. Non è guerra civile, ma poco ci manca e negli scontri tra le due fazioni ci sono circa duecento italiani che rischiano la vita. Le elezioni presidenziali in Gabon hanno trasformato la capitale Libreville in una delle zone più calde dell'Africa nera. Il clima in questo caso ha poca attinenza e le responsabilità della temperatura incandescente va imputata al braccio di ferro, armato, tra i fedelissimi del rieletto presidente Ali Bongo e i sostenitori del suo avversario Jean Ping. Il bilancio al momento è di almeno quattro morti e di una trentina di feriti nell'assalto della guardia presidenziale al quartier generale del partito di opposizione. I primi scontri risalgono a martedì sera, pochi minuti dopo i risultati che hanno decretato la rielezione di Bongo jr, figlio del defunto Omar Bongo e di una dinastia che governa il Paese africano dal 1967.

Bongo ha vinto l'elezione presidenziale a turno unico con l'1,5% di vantaggio sul rivale Jean Ping. Fatto questo che ha scatenato violenti proteste con i manifestanti che hanno incendiato auto ed edifici e compiuto atti di vandalismo. Persino la sede dell'assemblea nazionale gabonese, l'equivalente del nostro Parlamento, è stata incendiata. Ali Bongo, dal canto suo, ha espresso soddisfazione per le elezioni «esemplari» e per il voto che si è svolto «nella pace e nella trasparenza».

E in questo girone dantesco a rischiare la vita ci sono parecchi nostri connazionali. Buona parte di loro è arrivata nell'ex colonia francese nel 2009, quando il Gabon ha allacciato rapporti in via ufficiale con l'Italia, promettendo di diventare una potenza emergente entro il 2025. Nel maggio 2011 la visita a Roma del presidente Bongo, ha portato alla firma di accordi in ambito culturale e soprattutto commerciale. Siamo primi partner al mondo negli idrocarburi e nel legno. A Libreville e dintorni ci sono parecchi italiani originari di Vicenza, dipendenti della ditta «Cora Wood» che produce pannelli stratificati e materiale di segheria. Sono inoltre presenti una decina di imprese gabonesi di cittadini italiani ripartite nell'edilizia (ECCC), ristorazione (Dolce Vita, Roma, Foyer du Marin, Gavazza), arredamento (MAB), del consulting (SMIG) e persino dell'abbigliamento (Casa Italia).

L'ambasciatore italiano a Libreville, Paolo De Nicolo, è in permanente colloquio con la Farnesina e non si esclude a priori un salvacondotto aereo che possa consentire ai nostri duecento connazionali di mettersi in salvo. Nella speranza che in Gabon si interrompa la scia di sangue.

Commenti
Ritratto di Leonida55

Leonida55

Sab, 03/09/2016 - 10:24

E il bello è che negli anni 60, dicevano all' ONU che se fossero usciti dalle dipendenze coloniali (di fatto successo ai primi anni 60) avrebbero avuto prosperità, successo, sfruttamento delle proprie risorse e nessuna guerra, perchè ci sarebbe stata l' autodeterminazione dei popoli. Abbiamo visto come è andata a finire. A proposito, si prospettano nuovi migranti, volete mica fare torto a questi? Hanno diritto come gli altri, visto che la democratica e sinistra Europa ha chiuso ogni barriera.

attilio.baldan@...

Sab, 03/09/2016 - 11:47

Gli unici Paesi africani con qualche somiglianza con quelli del cosiddetto "Primo Mondo", tra la cinquantina del Continente nero, sono (od erano) il Sudafrica e la Namibia. Forse perché ci vivevano un po' di discendenti degli europei? Quanto alle guerre in corso, almeno dalla seconda metà degli anni Settanta in poi - col tramonto dell'ultimo impero, quello portoghese - sono tribali, tutte interne, e senza responsabilità dei colonialismi "bianchi": l'eventuale complesso di colpa relativo se lo tengano quindi, al massimo, i lettori buonisti de "la Repubblica".