Il gentleman non lavora ed è pieno di debiti. Com'è difficile insegnare la cavalleria ai bimbi

Von Rezzori tratteggia l'ideale del dandy moderno, erede degli eroi medievali. E dei cow-boy

Come si sa, all'inizio del secolo, per tutto il mondo occidentale l'Inghilterra era il modello non solo per lo stile di vita ma anche per i cosiddetti valori morali. L'epoca d'oro delle governanti inglesi. Il loro insegnamento era impartito, senza tregua e senza pietà, come i colpi di spazzola sotto la gelida doccia mattutina. Nessuno osava rifiutare questo metodo educativo. Solo ai più fortunati capitava di trovare nella famiglia un parente, magari un po' pecora nera, che si permetteva di mettere in dubbio non solo il sistema ma anche il suo contenuto etico. Azzittito da tutti gli altri, affermava per esempio che le governanti inglesi costituivano un grave pericolo per la futura generazione poiché venivano per lo più da un ambiente piccolo borghese e seminavano nelle giovani menti a loro abbandonate degli ideali ben diversi da quelli liberali e generosamente spregiudicati di una buona società. Tutto quello che c'era di più odioso nel Vittorianesimo, diceva, la sua ipocrisia dilagante che ora ristagnava nel continente mentre l'Inghilterra stessa stava scuotendosela di dosso grazie ai frivoli Edwardians, era dovuto allo spirito ottuso e puritano tipico del mondo triste e senza colore della loro estrazione. Noi, che - a torto o a ragione - ci consideravamo vittime delle nostre governanti, ascoltavamo con diletto l'aneddoto del piccolo principe Giorgio, figlio di Edoardo, principe di Galles, e nipote della regina Vittoria, che barava alle carte giocando con la nonna. «Lo sai che cosa succede ai ragazzi che imbrogliano al gioco?», ammoniva la regina indignata. «Sissignora - rispondeva il principino con soddisfazione -: vincono la partita».

Nessuno discuteva, però, l'importanza di diventare un gentiluomo, secondo il modello britannico del gentleman. Lo zio stesso che ci aveva raccontato la storiella del principino Giorgio era capace di dire: «Il fine di qualsiasi educazione è di trasformare un giovanetto in un perfetto gentleman. Se non lo diventa, inutile insegnargli altro. Qualsiasi cosa lui impari, se non è un gentleman, non gli serve a nulla. Anzi, gli fa del male». Ma in verità cosa s'intendeva per gentleman? Infatti, per la generazione prima della grande regina-imperatrice, cioè per i nostri nonni, il termine aveva poco significato. Il loro Ideale era il cavaliere: un concetto che aveva delle radici molto lontane fin nei tempi in cui Chrétien de Troyes ed altri menestrelli tenevano vivo il vecchio mito del re Artù e della sua tavola rotonda in grandiosissime chansons de geste e romanzi a tesi scritti nel Duecento per il diletto della corte di Borgogna. Nonostante tutto quello che il passar del tempo aveva tolto di romantico a questa immagine dell'uomo ideale, il suo contenuto etico e morale era sempre valido. Infatti sembra essere eterno. I nostri nonni, formati dall'egemonia culturale francese, lo ritrovarono nei Tre moschettieri di Dumas come i nostri figli, formati dall'americanismo, lo cercarono nell'eroe del «western» (così come i nostri nipoti lo trovano oggi nell'eroe dello spazio). Certo, anche il gentleman impersonifica gli stessi ideali, ma in una forma molto più civilizzata. Anche lui si considera il servitore di un ordine morale della società ma in un modo rappresentativo piuttosto che attivo, ovvero: per il suo essere piuttosto che per il suo fare. Un gentleman non è aggressivo, mai violento.

La nozione del gentleman è data dalla parola stessa: uomo gentile, di modi soavi e allo stesso tempo uomo - ma non nel senso del «machismo» ma in un senso, direi, quasi umanistico. Ovvero depositario di quelle virtù rassicuranti che riflettono attraverso l'immagine dell'uomo uno stato sociale stabile e di massimo sviluppo culturale. Il gentleman è la versione imborghesita del cavaliere per così dire il cavaliere smontato di sella - non disarcionato ma pronto a cimentarsi in altri campi di battaglia, oggigiorno perfino alla borsa.

Ma questo è difficile da far capire ai bambini. Mentre le governanti inglesi insegnavano ai piccoli che mai un perfetto gentleman avrebbe offeso i sentimenti di un altro e che il suo dovere era di proteggere i deboli e gli oppressi, i genitori si godevano i romanzi di Oscar Wilde dove la morale era presa sotto gamba mentre in primo piano erano esaltati la frivolezza, lo spirito sofisticato, ironico, con un gusto per il paradossale, le situazioni ambigue e soprattutto un atteggiamento estetico che se n'infischiava del giudizio dei comuni mortali e, come ultima sublimazione del gentleman, lo trasformava in un dandy: in aperta contraddizione con qualsiasi principio morale. Non erano ancora passati i tempi in cui era impensabile che un vero gentleman svolgesse un qualsiasi lavoro, quando invece le nostre governanti (piccole borghesi) ci volevano far credere che il lavoro nobilita. Un gentleman, si diceva, pagava i suoi debiti. Ma si sapeva che i gentiluomini più grandiosi erano coperti di debiti almeno quanto un cane randagio di pulci. Da una parte ci veniva detto che un gentleman non doveva mai mentire, mentre d'altra parte era d'obbligo qualsiasi bugia necessaria a salvare l'onore di una donna. Come comportarsi allora da gentleman? Come esserlo? Non ci restava altro che riconoscerlo attraverso criteri puramente esteriori - seguendo pure noi inconsciamente Oscar Wilde che fa dire a Lord Henry: «Solo gli stolti giudicano da altro che non sia l'apparenza».

Le scarpe e le mani ci sembravano segni infallibili - finché ci accorgevamo che certi signori rustici, senza dubbio dei gentiluomini, erano calzati come cocchieri ed avevano mani da macellaio. La più raffinata eleganza si poteva ammirare presso certi Argentini di dubbia professione che popolavano i tea-rooms ed i boulevards dell'epoca. Le buone maniere a tavola, tanto penosamente inculcate dalle governanti, erano bistrattate e trasformate in quelle dell'età della pietra da alcuni principi che ci era capitato d'incontrare. Conclusione: anche l'apparenza non era sufficiente a determinare quale fosse il modello da seguire.

Ci avevano sempre detto che la controparte del gentleman fosse la perfetta lady. Ella era lo specchio di lui, la sua vera misura, la sua coscienza. Al di là di quanto insegnatoci dalle governanti inglesi, fu infatti più utile per noi una risposta tagliente dataci da una vecchia signora, alla quale confessavamo di sentirci impacciati davanti alla gente: «Come? Vi sentite imbarazzati? Non è il caso di prendervi tanto sul serio».

A lei, molti anni più tardi, ci capitò di chiedere chi, in realtà, lei considerasse un vero gentiluomo. «Può darsi - rispose, - quel lord inglese al quale la moglie era fuggita a cavallo con il suo amante: la seguì in carrozza, la raggiunse e le offrì la carrozza per proseguire la fuga più comodamente».

«D'accordo - dicevamo - ma come si sarebbe fatto a riconoscerlo senza una così felice occasione di dimostrarsi nella sua perfezione? A noi si è sempre detto che l'unico criterio che non lascia dubbi sia il modo di parlare».

«Sì, in un certo senso. Pensate a quel soldatino dell'esercito russo di stanza ad Amburgo dopo la sconfitta di Napoleone: aveva il suo alloggio presso una vecchietta che lo aveva trattato maternamente. Non potendole esprimere a parole la sua gratitudine, al momento di partire corse a prendere il suo fucile, e le presentò le armi».