Mai sputarsi addosso: l'esercito è pronto

Ha ragione d'essere questo pessimismo sconsolato che vede forza solo oltre frontiera

Il proverbio è di origine russa ma il vizio è anche italiano. È facile purtroppo! constatarlo specialmente in questi giorni che dovrebbero segnare l'agonia della neutralità. Gli italiani che si «sputano addosso» sono innumerevoli e appartengono a tutte le categorie della popolazione. Ne trovate fra i borghesi e fra i proletari. Tra i conservatori e fra i socialisti. L'abitudine è diffusa specialmente fra i neutralisti che non volendo ancora passare all'interventismo verso al quale si sentono portati dalla ragione o dal sentimento sono costretti ad auto-denigrarsi e a denigrare la nazione.

È una specie di «masochismo» neutrale. Lo sorprendete in espressioni verbali di questo genere: io sarei interventista ma non ho troppa fiducia nella invincibilità dell'esercito nella saldezza dell'economia nazionale nella forza morale del popolo. Con queste obiezioni d'ordine puramente contingente i neutralisti conservatori salvano il «loro» patriottismo e i socialisti trovano una giustificazione «pratica» al loro atteggiamento che non saprebbe inspirarsi a nessun postulato ideale.

Ha ragione d'essere questo pessimismo sconsolato che vede soltanto oltre le frontiere d'Italia la forza la grandezza il progresso mentre in Italia tutto sarebbe miseria decadenza decomposizione? E le previsioni catastrofiche di certi «profeti della vigliaccheria nazionale» su quali basi più o meno solide poggiano? E questi neutralisti ipocriti che vanno escogitando pretesti su pretesti onde inchiodare l'Italia all'inazione non sarebbero per caso infinitamente più pericolosi delle superstiti scimmie urlatrici dell'herveismo?

Tre elementi richiede la guerra moderna la guerra fra nazioni e quindi una «grande guerra»: una buona preparazione materiale e morale dell'esercito una oculata preparazione economica del paese e una forte preparazione spirituale dei cittadini. In quali condizioni si trova oggi l'Italia?

Se le nostre informazioni sono esatte del che non dubitiamo data la fonte a cui le abbiamo attinte la preparazione dell'esercito è ultimata. Con questo non si vuol dire che tutto sia in ordine sino... all'ultimo bottone dell'ultimo fantaccino. La frase è del maresciallo Leboeuf prima del '70. Ma il maresciallo sbagliava. L'unico esercito che fosse realmente e completamente «al punto» nell'agosto scorso era quello tedesco che veniva da quarant'anni preparandosi alla nuova guerra mondiale. Ma se dobbiamo credere alle rivelazioni del senatore Humbert esposte pochi giorni prima dell'apertura delle ostilità l'esercito francese si trovava in uno stato di disgregazione e di impreparazione inverosimili. Può darsi che l'Humbert caricasse le tinte ma è certo che nessuno in Francia prese sul serio l'ottimismo confidente del Messimy. E quando a guerra iniziata ad invasione inoltrata la Francia ebbe bisogno di un ministro della guerra Messimy dovette «naturalmente» cedere il posto al Millerand che aveva precedentemente introdotto serie riforme materiali e morali nell'armata della repubblica. La verità ormai universalmente ammessa è che la Francia ha «fatto» il suo esercito sotto l'invasione tedesca. La battaglia della Marna ha «rivelato» l'esistenza di un esercito francese capace di battersi e vincere. Da allora l'urto tedesco fu infranto e la situazione dei francesi è andata di poi progressivamente migliorando. Le condizioni dell'Italia sono al confronto ottime. Nove mesi di preparazione intensa non sono, non devono essere passati invano. D'altra parte non si può subordinare la guerra a una preparazione militare che sia sotto ogni riguardo perfettissima anzitutto perché la perfezione è irraggiungibile poi perché non bisogna lasciar trascorrere il momento opportuno per l'azione. Sarebbe ridicolo aver preparato un esercito formidabile per farlo... arrivare sui campi dove si decide il destino d'Europa colla vettura Negri... Dal punto di vista militare la situazione non legittima le previsioni catastrofiche di coloro che si «sputano addosso».

Lo stato dell'economia nazionale inquieta di più lo studioso e l'osservatore. La nostra economia industriale è giovane fragile e vincolata in gran parte al capitalismo straniero. Ma le nostre industrie e i nostri commerci attraversano già un periodo di crisi acutissima e la guerra non peggiorerà la situazione. Per alcune di esse come le industrie cotoniere la crisi è antecedente alla guerra. L'Italia la cui economia è prevalentemente rurale si trova in condizioni migliori delle nazioni a economia di tipo esclusivamente industriale come la Germania. La guerra paralizza le industrie per ragioni intuitive ma permette in misura più o meno ridotta l'esercizio dell'agricoltura. La terra nutre i suoi figli che combattono. Al governo spetta il compito di escogitare tutte le altre misure adatte ad alleviare la crisi. È necessario che si lavori; è necessario che là dove non è possibile lavorare non manchi al popolo il pane quotidiano.

Resta la preparazione «morale» del paese. Qui lo scetticismo e l'autosputacchiamento fanno strage. Alcuni neutralisti sono vere e proprie sputacchiere ambulanti. I discorsi che si odono sono questi: un insuccesso un'incursione di Zeppelin l'eventuale bombardamento di una città indifesa getteranno il panico nella popolazione.

Rivedremo le donne scarmigliate rovesciarsi sui binari per impedire la partenza delle riserve... È il cliché del 1896.

I tempi sono cambiati. Comunque io ho una fiducia quasi illimitata nella solidità dell'anima italiana. Anche qui ci soccorre l'esempio della Francia. Chi avrebbe mai sospettato tanta fermezza tanto coraggio tanta tenacia in quel popolo di Francia che i tedeschi avevano caricato di tutte le qualità più «frivole» della natura umana? Tutti hanno gridato al «miracolo...». Ma il miracolo si spiega con una ragione assai semplice: la Francia aveva delle grandi e insospettate riserve di energia fisica e morale che la guerra ha «rimesso in valore». So bene che l'Italia non ha le tradizioni militari della Francia che la nostra costituzione nazionale è più recente ecc. ma nonostante queste deficienze cui fanno riscontro altri vantaggi da parte nostra io credo che la prima grande guerra d'Italia farà tra noi quello stesso «miracolo» che abbiamo constatato in Francia. La stampa ha a questo proposito una grande missione da compiere. Ma bisognerà abbandonare la rettorica mistificatrice e abituare il popolo a non... cercare più la letteratura che ha effetti qualche volta più deleteri dell'alcool. Quando il periodo della neutralità sarà chiuso e colla dichiarazione di guerra agli imperi centrali passerà un fremito immenso per il corpo della nazione tutti gli italiani sapranno assolvere al loro dovere.

Se i conigli «seminatori di panico» e le cassandre della neutralità si ostineranno a propinarci in pubblico o in privato le loro lugubri profezie c'è un modo molto semplice per ridurli al silenzio. Possiamo anche in questo caso ispirarci all'esempio della Francia repubblicana.

16 aprile 1915.