L'enciclica del Papa e il morale dell'Italia

Noi torniamo, con deliberato proposito, sull'ultima parte della nota pacifista del Vaticano, perché ci sembra che nei commenti della stampa italiana l'importanza e la gravità e il pericolo estremo di quella parte del documento pontificio non sian stati afferrati e posti nel dovuto rilievo. Si tratta del più grande atto di sabotaggio della nostra guerra di difesa e di rivendicazione nazionale che sia stato perpetrato dal maggio del 1915. Zimmerwald, Kienthal, Stoccolma, se ci sarà; tutte le agitazioni passate e future in senso pacifista intraprese dai socialisti ufficiali italiani, possono essere considerate insignificanti e superficiali, a paragone della perorazione abile e suggestiva della nota di Benedetto XV, nella quale è incastonata questa frase terribile: «La guerra rivela sempre più il suo carattere d'inutile strage». Si noti. Anche prima di adesso, il papa, nelle sue encicliche e nelle sue allocuzioni ai fedeli, aveva deprecato e condannato la guerra, ma a questa deprecazione e condanna, intesa in ordine generico o universale, tutti gli uomini «umani» potevano aderire. Oggi, il caso è sostanzialmente diverso. Il papa condanna «questa» guerra e in un documento politico destinato non soltanto ai governanti, ma ai popoli. La condanna, oggi, che nuove forze immense vengono dai continenti d'America e d'Asia a giustificare, a consacrare - se ve ne fosse bisogno - la «utilità» di questa guerra; ad assicurare la nostra vittoria, a garantire la «nostra» pace. Il pontefice, alle popolazioni che hanno sofferto durante tre anni e sono, malgrado tutto, decise o rassegnate agli altri inevitabili sacrifici necessari per vincere, getta non una parola di consolazione, ma una parola di cupo pessimismo; non un balsamo, ma un tossico, poiché se la strage rattrista, proclamarne dall'alto della Cattedra Santa l'inutilità perfetta, significa centuplicare la somma del dolore umano e esasperarlo fino alla rivolta. All'indomani della conferenza di Londra e delle intese fra gli Alleati e dei discorsi dei ministri responsabili; nel momento in cui gli eserciti dell'Occidente reggono da soli il peso delle armate teutoniche, e si accingono a sforzi maggiori per ricacciarle dal suolo sacro e contaminato del Belgio, il pontefice giudica la guerra dal punto di vista dell'«utilità», mentre per gli Alleati si tratta d'una «necessità». Oggi, come all'inizio del conflitto. Prima di essere «utile» è «necessario» difendersi dagli assassini tedeschi e ridurli all'impotenza.

È stato detto e ripetuto, qui e altrove, che per l'Italia il problema della maggiore o minore durata della guerra, era un problema di resistenza «morale». Orbene, domandiamoci senza tanti falsi rispetti: quale contributo al «morale» della Nazione offre Benedetto XV quando dichiara che la guerra è oramai soltanto un'«inutile strage»? Dal vertice della piramide cattolica rappresentata dal papa, alla base, dove stanno milioni di credenti, attraverso la gerarchia secolare, ferreamente disciplinata nella formula del perinde ac cadaver degli ignaziani, la parola del Vicario di Cristo giunge dovunque, dalle città agli ultimi casolari della campagne. Tutta un'organizzazione formidabile, in parte religiosa, in parte profana, giovandosi di mezzi a volta a volta spirituali e materiali, diffonde per mille vie aperte e sotterranee, sino alle estreme lontananze, il verbo che parte dal Vaticano. Le madri che non vedranno più tornare il figlio o quelle che trepidano nell'attesa dell'ignoto, i soldati che si macerano nelle trincee, i credenti che oggi impugnano i fucili, dinanzi all'affermazione del papa chiederanno a se stessi: perché soffrire? Perché combattere? Perché morire? Tutto ciò è inutile. È la strage per la strage. Il massacro per il massacro. Il sangue versato e quello che dovremmo versare ancora è infecondo, come il seme gettato sulla mobile sabbia del deserto. Lo dice il papa. Lo dice Iddio. Ma queste domande ne suscitano altre. Se questa strage è inutile, perché i re, i governi, i generali non vi pongono fine? La parola del papa, essendo per i credenti la parola di Dio, annulla tutte le dichiarazioni e l'opera dei governi, intese a dimostrare la necessità della guerra e la necessità della vittoria. Colla sua frase il pontefice ha creato o acutizzato il dissidio fra lo spirito dei cristiani e quello dei governi nazionali. Se il cristianesimo suscitasse ancora gli entusiasmi e la volontà di martirio dei primi secoli della chiesa è certo che i soldati cattolici deporrebbero le armi per obbedire alla parola di Cristo.

Non si giungerà a tanto, perché accanto alla fede nel papa altri impulsi si agitano e un oscuro intuito guida le moltitudini, ma non v'è dubbio che l'enciclica papale avrà conseguenze sul morale della Nazione e dei combattenti. In Italia, dove il clericalismo non ha accettato la guerra nazionale, ma l'ha subita e spesso l'ha insidiata nelle forme più subdole; in Italia, dove altre forze tendono a debilitare l'animo della popolazione e dei soldati, la parola del papa rappresenta - in se stessa - un pericolo grave. Essa minaccia di far apparire agli ingenui e ai semplici i governanti della Quintuplice, da Wilson a Kerensky, come degli assetati di sangue, che, più mostruosi di Nerone, si rallegrano della strage inutile e la vogliono prolungata all'infinito.

Occorre vigilare. Benedetto XV, con una menzogna demagogica, ha giustificato tutta l'opera sabotatrice di ieri e ha dato alle turbe una parola d'ordine, che, se fosse raccolta, aprirebbe ancora la strada al trionfo della Germania.

18 agosto 1917