Il grido d'allarme alle urne del Nord che traina il Paese

Il Settentrione ha scelto il centrodestra. Ma è l'ultimo appello: ora serve un riequilibrio con il Meridione

Quella uscita dalle urne ci appare, una volta di più, un'Italia spaccata in due. Mentre al Nord si è imposta l'alleanza di centrodestra, al Sud sono prevalsi i candidati del Movimento Cinque Stelle, che hanno sfondato grazie a proposte (si pensi al «reddito di cittadinanza») che hanno offerte nuove assurde illusioni a un Mezzogiorno piagato dalla disoccupazione.

Molti hanno già rilevato come la cartina della distribuzione del voto sembri riproporre il profilo frammentato dell'Italia preunitaria. Partendo dalla sua Pomigliano, Luigi Di Maio ha infatti dilagato nel Regno delle Due Sicile, superando spesso il 40% e in alcuni casi perfino il 50%. Tutto questo mentre al Nord la propaganda grillina ha faticato tantissimo e in molti casi i candidati dei Cinque Stelle non sono andati oltre il 20%.

Questa polarità tra Nord e Sud può essere letta in vari modi, ma è evidente che una delle letture più legittime contrappone chi versa allo Stato più di quanto non riceve (il Settentrione) e chi ottiene più di quanto non dà (il Meridione). Le logiche redistributive, lungi dal rafforzare l'unità, hanno così posto le premesse per tensioni crescenti.

Se Attilio Fontana in Lombardia è stato eletto presidente con il 50% dei suffragi e se l'alleanza tra Lega e Forza Italia ha fatto cappotto in tutto il Nord, ci sono alcuni dati che possono spiegare assai bene il risultato finale. Ogni anno, infatti, Veneto ed Emilia cedono a Roma tra i 15 e i 20 miliardi di euro, mentre la Lombardia arriva fino a 54 miliardi. Questi numeri si riferiscono al residuo fiscale: ossia alla differenza tra quanto un'area dà e quanto riceve, in termini di servizi nazionali e locali. Essi indicano quanto una regione è penalizzata, sfruttata, spogliata della propria ricchezza.

I dati sul residuo ci dicono che ogni individuo lombardo perde più di 5mila euro all'anno e una famiglia di quattro persone più di 20mila. Si tratta di un'enorme ingiustizia che interessa alcune tra le regioni più dinamiche d'Europa: anche perché le risorse che spariscono dal Nord sono utilizzate per finanziare logiche clientelari che non hanno mai giovato allo sviluppo dell'economia meridionale.

Per giunta, i risultati dei due referendum dell'ottobre scorso, in Veneto e Lombardia, hanno riaperto una «questione territoriale» che ora, con quest'Italia ulteriormente divisa in due dal voto per Camera e Senato, è di nuovo al centro dell'attenzione.

La frattura tra chi paga e chi riceve si è infatti tradotta nel voto del 4 marzo. A questo punto sarebbe una catastrofe se adesso non ci si dirigesse verso un taglio delle spese e delle imposte (magari proprio con quella flat tax che il centrodestra ha messo al cuore del suo programma) e se si pensasse di assecondare logiche di breve termine: basate sullo Stato sociale, su politiche di spesa, sull'uso del denaro pubblico per acquistare il consenso di una popolazione meridionale in troppi casi ormai alla disperazione proprio a causa della Cassa del Mezzogiorno e delle sue innumerevoli riedizioni successive.

Qualora Di Maio dovesse diventare premier per rispondere alle richieste del Sud e se in tal modo si mortificasse ancor più la parte maggiormente produttiva della Penisola, per la società non ci sarebbe più alcun futuro. Bisogna sempre tenere a mente quanto Margaret Thatcher diceva: «Il socialismo finisce quando i soldi degli altri finiscono». Al Nord di soldi non rimangono più molti e, soprattutto, c'è sempre meno disponibilità ad accettare logiche ingiuste e fallimentari.