Da Hitler al mullah Omar a Bin Laden: la fine incerta dei pericoli numero uno

Il complottismo alimenta le leggende sulla fine dei "grandi cattivi"

La foto inedita del mullah Omar, pubblicata online dai talebani

Chi l'ha visto? Nel club degli spiriti maligni evaporati senza lasciare traccia, spariti nel nulla, Ibrahim Abu-Bakr Al Bahdadi è solo l'ultimo arrivato. Mosca sostiene di avere ucciso il mitico impresario dell'Isis in un raid vicino a Raqqa il 28 maggio. Ma sono voci. Dicerie. Ipotesi. Come quelle che hanno accompagnato la sparizione dalla scena di altri celebri imprenditori del terrore, come Adolf Hitler, Osama bin Laden e il mullah Omar, per citare le prime tre facce che ci vengono in mente. Lo stesso ministro degli Esteri russo Lavrov, quando gli hanno domandato se era davvero sicuro - ma sicuro sicuro - che il Califfo nero si è involato verso i pascoli di Allah, ha balbettato una serie di «ecco... in effetti... verosimilmente...» per concludere che comunque l'esperienza insegna, e che un filo di prudenza non guasterà, in chi volesse affermare che sparito il capo si squaglierà anche tutta la banda.

La fine presunta di Al Baghdadi l'uomo che aveva immaginato un califfato nero che si estendesse dall'Irak alla Palestina, passando ovviamente su Israele, strada facendo - ricorda da vicino (anche nei sogni, nelle aspirazioni) quella del mullah Omar, il capo dei Talebani e quella di Osama bin Laden, il capofila degli «sceicchi del terrore», titolo che il miliardario saudita si era guadagnato sul campo, cioè sui monti: quelli di Tora Bora, in Afghanistan. Ma non c'è dubbio che una breve carrellata sui «chi l'ha visto» non può partire se non da lui, il genio del male per eccellenza anche se non l'unico - del secolo scorso: Adolf Hitler.

La verità storica, la vulgata tramandata dai libri di storia dice che il fondatore del Terzo Reich si uccise con un colpo di pistola alla testa dopo aver ingerito una capsula di cianuro nel suo Fuhrerbunker a Berlino quando i russi erano ormai dietro l'angolo. Ma il suo corpo non venne mai trovato. Di qui la leggenda sulla sua fuga in Sudamerica sulla scia dei principali gerarchi nazisti che già da tempo avevano messo in piedi quella zattera di salvataggio che lo scrittore inglese Frederick Forsyth rese celebre con il suo Dossier Odessa. Dove Odessa, ovvero l'organizzazione degli ex Ss, era la struttura incaricata di organizzare la fuga (principalmente verso l'Argentina e il Paraguay) dei principali esponenti del Reich. Piano messo a punto nell'agosto del '44 a Strasburgo da una settantina di gerarchi, fra cui Albert Speer, Martin Borman e Wilhelm Canaris, che non si facevano illusione su come sarebbe finita la guerra.

Osama bin Laden, capo di Al Qaida, venne ucciso da un commando di Navy Seal il 2 maggio 2011 ad Abbottabad, in Pakistan. Ma questa è una leggenda metropolitana, sostengono i teorici del complottismo a tutti i costi. La velocità con cui furono resi noti i risultati del Dna; la decisione di non pubblicare le foto del cadavere; la sua incomprensibile «sepoltura in mare», lontano da telecamere e occhi indiscreti, amplificarono i sospetti, ingigantendoli. Se ne dissero di tutti i colori. Che il colpo di mano degli incursori era stata una finta cinematografica; che lo sceicco del terrore era morto già da anni a Tora Bora. E che la circostanza era stata taciuta per proseguire nella lotta al terrorismo e per non turbare (essendo il fatto accaduto nello stesso torno di tempo) il matrimonio del principe William con Catherine Middleton.

Lo stesso accadde col mullah Omar, l'Amir ul-Mominin (l'«ammiraglio» dei fedeli), il comandante dei talebani che tengono in scacco l'Afghanistan dal tempo della cacciata dei russi. Ufficialmente, Mohammed Omar è morto 4 anni fa vicino al confine col Pakistan. Ma non sono mai state chiarite le cause del decesso. E nessuno ha mai potuto esibire una prova documentale del suo decesso. Per i suoi, il mullah Omar resta l'eroe imprendibile che un giorno inscenò sui viali di Kabul l'«impiccagione» di dozzine di televisori, veicoli della corruzione dei costumi «imperialista». E che nel 2002 si rese protagonista di una leggendaria fuga in sella a un motorino, scappando dall'assedio di Baghran. Un po' Zorro, un po' Robin Hood, un po' Houdini. Un messia che, se pure è morto ed è appunto da dimostrare - un giorno ritornerà, dicono i suoi.