"Ma l'addio a Madrid vale come secessione anche da Bruxelles"

Il presidente dell'Europarlamento: "Juncker, Tusk e io stiamo con le istituzioni spagnole"

«Nessuno riconoscerà l'indipendenza della Catalogna», dice il presidente dell'Europarlamento Antonio Tajani nel pomeriggio. Pochi minuti e arrivano uno dietro l'altro altolà ai catalani da tutte le cancellerie, dall'Eliseo a Downing Street. Forse era una profezia facile, ma non poi tanto, visto che i «ribelli» catalani non l'avevano previsto. Sta di fatto che da tempo i soci del club Europa non si trovavano così unanimi.

Presidente, l'Europa sta mandando un messaggio?

«Sta ricordando che in Catalogna si è violato l'ordinamento costituzionale spagnolo, che è parte dell'ordinamento europeo. Dunque la secessione dalla Spagna è secessione dall'Europa. I catalani sono europei in quanto spagnoli»

Eppure l'Ue è stata tacciata di essere neutrale, inattiva.

«Non siamo mai stati neutrali. Le istituzioni europee hanno subito chiarito che la consideravano una questione interna spagnola. E che il nostro interlocutore era Rajoy. A Oviedo siamo stati invitati per un premio, ma non è un caso se io, Tusk e Juncker ci siamo fatti fotografare insieme, uniti con le istituzioni spagnole. L'idea che spettasse all'Ue mediare in un problema interno di uno Stato è sbagliata. Come se ci si chiedesse di mediare tra Maroni, Zaia e Gentiloni».

Gli indipendentisti dicono che la Spagna è un regime.

«Ma quale regime. La Spagna è un Paese democratico, ci sono libere elezioni e c'è anche una forte autonomia regionale. Le lingue locali si parlano liberamente. E infatti Rajoy per ripristinare lo stato di diritto ha convocato le elezioni in Catalogna: una scelta democratica e di buon senso».

Però ci sono state violenze da parte della polizia.

«Alcuni comportamenti anche a me non sono piaciuti. Ma criticare la polizia è un conto, mettere in discussione la democrazia è un altro. L'Italia ha avuto delle condanne per il G8 di Genova, ma questo non significa che non è un Paese democratico».

C'è chi vede la democrazia nelle folle in piazza, nelle bandiere indipendentiste.

«La democrazia non è fatta di bandiere, è una questione di numeri e di regole. E anche ammesso che il referendum fosse stato indetto legalmente, una minoranza ha votato a favore dell'indipendenza. Ed è inaccettabile che questa minoranza imponga la secessione ai catalani che vogliono restare spagnoli, che si additino al pubblico ludibrio i figli dei poliziotti o i bimbi che vogliono parlare spagnolo, come è accaduto».

C'è dietro una manovra politica contro Rajoy?

«Se c'è, è una manovra contro la Spagna. Fallita miseramente. Io ho incontrato i leader delle grandi forze politiche, anche i socialisti e Ciudadanos si sono schierati con Madrid. Lo stesso è accaduto anche nell'Europarlamento, pure il Front National è d'accordo: è una questione spagnola».

Vede rischi di contagio o al contrario la reazione europea può essere un deterrente per altre voglie indipendentiste?

«Deve fungere da deterrente. L'Europa delle piccole patrie non esiste. Io sono orgoglioso di essere ciociaro, ma la mia patria è l'Italia. I sardi? Sono stati tra i più valorosi a Caporetto. E dobbiamo rispetto a chi ha versato il sangue per l'unità d'Italia, un bene prezioso. Siamo italiani ed europei, con tremila anni di storia comune e comuni radici cristiane. Dante e Mozart non sono patrimonio di tutta l'Europa? Sono a favore dell'autonomia amministrativa, ma i valori che ci uniscono non si toccano. O si fanno danni enormi come in Catalogna».