"Lei continuava a offendermi. Io l'ho accoltellata sul letto"

Il marito della donna sgozzata alla fine ha confessato: "Mi rinfacciava di averla tradita, così ho perso la testa"

Milano - Vent'anni di matrimonio logorati da liti, botte, violenze, tradimenti e un figlio illegittimo scoperto di recente, forse erano destinati a concludersi solo così, drammaticamente, con un omicidio. Soprattutto se il marito è un recidivo. E dodici anni fa, nel 2005, aveva già tentato di ammazzare la moglie, accoltellandola alla schiena e, anche in quel caso, sostenendo che «qualcuno» si era intrufolato nel suo appartamento per ferire la consorte mentre lui non c'era. Allora, però, Rosanna Belvisi se l'era cavata con 10 giorni di prognosi. Domenica mattina, il marito 53enne Luigi Messina, di coltellate alla moglie Rosanna gliene ha sferrate ben 23, alla gola e alle braccia, sempre nel loro appartamento di via Coronelli 11, al Lorenteggio. Il motivo di tanto accanimento? Forse per avere l'assoluta certezza che la 50enne non potesse in nessun modo salvarsi, forse per farla tacere per sempre, o semplicemente per pura cattiveria. Quindi, alla polizia, avvertita con l'affanno di chi è sconvolto, solo alle 15, ha raccontato di aver lasciato la donna nel primo pomeriggio, quando era uscito a fare una passeggiata. Solo al suo rientro, aveva dichiarato, aveva trovato la moglie sul pavimento, straziata di ferite. Morta. Ed è stato allora, ha detto Messina alla polizia, che ha chiamato i soccorsi.

Ci sono delitti i cui falsi alibi si sfaldano per un errato calcolo di tempi, menzogne di basso profilo e facilmente riconoscibili, per contraddizioni elementari. Luigi Messina è riuscito a cadere in ognuna di queste trappole. Interrogato tutta la notte, tra domenica e lunedì, negli uffici della squadra mobile, il disoccupato, ex guardia giurata, pregiudicato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, prima ha ostentato, come ha puntualizzato il capo della squadra mobile Lorenzo Bucossi - «una freddezza inimmaginabile». Finché tra le 3 e le 4 è crollato, ammettendo - davanti al dirigente della Mobile al pm Gaetano Ruta e al procuratore aggiunto Alberto Nobili - quello che già tutti sapevano e cioè di essere lui l'assassino della moglie Rosanna, ultima vittima di un femminicidio, la seconda in quattro giorni a Milano.

L'ex guardia giurata e la consorte, attualmente impiegata all'Inps, ma ex custode del palazzo di via Coronelli 11 dove abitava con il marito, avevano un rapporto difficile: secondo gli inquirenti le violenze e i maltrattamenti andavano avanti da almeno vent'anni, come ha confermato la figlia 24enne Valentina, che ora vive con il suo compagno, lontana da quell'inferno. Il 5 novembre scorso polizia e carabinieri erano intervenuti per una chiamata d'emergenza dopo una lite in cui l'aveva picchiata. Sempre per motivi futili: Messina aveva raccontato che le rimproverava di usare troppo i social, mentre lei era gelosa delle sue relazioni extraconiugali, da una delle quali era nato un bambino di tre anni, come Rosanna Belvisi aveva scoperto appena tre mesi fa. E domenica mattina? «Rosanna ha iniziato a rinfacciarmi la mia vecchia storia - ha ammesso Messina -. Avevo appena preso il coltello in cucina perché volevo sbucciare un'arancia. Ma la discussione è andata avanti. Poi, non so come, mi sono trovato in camera da letto con il coltello in mano; all'ennesima offesa nei miei confronti e nei confronti di mio figlio ho perso le staffe e ho cominciato a colpirla ripetutamente».

Quindi Messina ha raccontato agli investigatori di essersi creato qualche alibi uscendo di casa, come l'acquisto, al ritorno, di due sacchetti d'insalata per Rosanna. E poi ha fatto ritrovare in un tombino l'arma del delitto, un coltello, indicando il cestino dei rifiuti dove aveva nascosto gli abiti sporchi di sangue. Per il questore di Milano, Antonio De Iesu, «questo femminicidio nato all'interno di un quadro familiare con rapporti malati, visto che la donna aveva coperto il marito, senza mai denunciarlo. Bisogna interrogarsi: non c'è una pozione magica, ma le donne che vivono sotto questa pressione devono denunciare».