L'estate vista sotto il sole della filosofia: attenti al divertimento che non diverte

Il filosofo Abbagnano e la frenesia delle ferie che stressano invece di rilassare

Fra gli stereotipi correnti nella cultura di massa si va diffondendo la parola "evasione" usata per caratterizzare atteggiamenti o prodotti culturali che almeno apparentemente prescindono da ogni riferimento alla situazione politica e sociale del tempo. Come l'"evaso" è chi è fuggito dal carcere mentre dovrebbe rimanervi rinchiuso, così l'evasione è la fuga dai problemi incombenti verso spazi sia pure ristretti o provvisori in cui la loro morsa si allenta o viene dimenticata. L'evasione in questo senso comprende ogni tipo o forma di divertimento, nel senso più esteso di questo termine come allontanamento o distoglimento dell'attività da una certa direzione e l'imbocco di un'altra.

La direzione da cui ci si allontana, quando si parla di evasione, è quella dei problemi politici e sociali del tempo o di qualche loro soluzione che si ritiene privilegiata; e la direzione verso cui si muove è quella della considerazione di altri aspetti della vita, reali o fittizi, che consentano una pausa di riposo. Si parla così di "letteratura di evasione" di "film di evasione" ecc. per indicare prodotti culturali che, venendo meno a certi impegni, appaiono secondari o scadenti.

Ora non c'è dubbio che l'ignoranza incosciente o voluta dei problemi del mondo in cui viviamo, il rifiuto di tenerli presenti nell'attività che quotidianamente si esercita e di cercare nei fatti una loro soluzione, costituiscano aspetti negativi che aumentano la gravità e l'urgenza di quei problemi. Ma una simile evasione globale è assai difficile a trovarsi nel mondo attuale. Quei problemi fanno sentire direttamente o indirettamente il loro peso su ogni forma di vita o di attività, non risparmiano nessuna classe o ceto sociale, minacciando di travolgere anche le posizioni più consolidate. La loro presenza viene avvertita da quel senso di insicurezza, così diffuso oggi dappertutto, che fa apparire provvisoria ogni situazione e rende assillante e angosciosa la prospettiva del domani. Ed è a questo senso di insicurezza che reagisce oggi la smania di divertimento che coinvolge la gente di tutti i ceti di tutti i paesi.

Il divertimento ad ogni costo, tanto più gradito quanto più frastornante, appare la preoccupazione dominante più diffusa e meglio accettata perché mette tra parentesi le altre preoccupazioni, blocca il pensiero del futuro incerto nel presente immediato. Ciò che Pascal diceva del divertimento rispetto alla vita dell'uomo in generale ha il valore di una diagnosi della situazione storica che attraversiamo. Pascal includeva nel divertimento tutte le forme dell'attività umana, le preoccupazioni e le cure cui l'uomo si sobbarca: e riteneva che esse, invece di renderlo infelice (come si crede), sottraggono qualcosa alla sua infelicità che sarebbe disperata se egli avesse il tempo e il modo di pensare a se stesso: a ciò che è, da dove viene, e dove va.

La smania del divertimento non è più solo la condizione metafisica dell'uomo che non ama rivolgere lo sguardo alle condizioni generali della propria esistenza: è anche la reazione collettiva e irresistibile di fronte a una situazione storica di cui si avvertono angosciosamente le incognite.

Ma in questa situazione la natura stessa del divertimento tende a mutare. Cessa di essere la pausa di riposo, l'oasi di serenità e di raccoglimento che intervalla l'attività quotidiana senza interromperla anzi procurandone una più feconda ripresa, e diventa una specie di bagno orgiastico in cui si cerca l'oblio. Nel divertimento così inteso l'attività tende ad acquistare un ritmo frenetico che supera quello delle preoccupazioni quotidiane perché deve controbilanciarlo. Si cerca di non lasciare vuoto un momento, affinché non sia riempito dai pensieri e dai timori soliti.

L'arte e il teatro tendono ad annullare il distacco tra lo spettatore e lo spettacolo e a coinvolgere lo spettatore nello spettacolo. L'arte tende a presentare oggetti che sorprendano, sconcertino o scandalizzino; e il teatro tende a trasformarsi in happening in cui lo spettatore è anche attore. Se il teatro tradizionale si poneva come fine la catarsi, cioè la liberazione dello spettatore dalle passioni rappresentate, il teatro vuole oggi l'opposto della catarsi, la partecipazione dello spettatore all'azione scenica che dovrebbe travolgerlo nelle emozioni rappresentate. E il cinema segue la stessa strada, oscillando tra la violenza estrema e l'estremo sessualismo, per ottenere nel modo più facile dallo spettatore quella comunione orgiastica che lo distolga dalla sua vita quotidiana.

Ma questa vita è già piena di ciò che il teatro, il cinema, la letteratura, e in generale il divertimento, possono offrire. La violenza e l'orgia, la brutalità e la morte, la miseria e l'angoscia, sono fatti o aspetti della vita di ogni giorno, incombono anche su quelli che non ne sono colpiti, come minacce costanti. Ma da questo magma di fatti bruti e di emozioni elementari non emergono, neppure per miracolo, i problemi autentici che ne sono il fondamento.

Questi problemi emergono solo dalla considerazione serena, disinteressata, obiettiva, ma non perciò neutra e impersonale, della realtà in cui l'uomo vive e che egli stesso incarna. La scienza ci dà un esempio di questa considerazione, per quanto i suoi metodi non siano dappertutto applicabili. E solo da una simile elaborazione intelligente dei problemi può emergere la possibilità della loro soluzione e delle vie da tentare per metterle alla prova e realizzarle. Vie che oggi non passano più attraverso le ideologie dominanti, che sempre più frequentemente assumono la forma di appelli emotivi e così inchiodano l'uomo nella situazione da cui vuole uscire.

Il divertimento, nella forma in cui oggi viene usufruito, è un'evasione velleitaria dai problemi della vita verso l'accettazione immediata degli aspetti più appariscenti della vita stessa. Esso non cerca la serenità ma l'oblio, non la pace ma l'agitazione, non il godimento ma l'orgia. E così i problemi di fondo gli rimangono nascosti e le loro possibilità di soluzione si allontanano. Non sono le forme marginali, cui si appiccica l'etichetta di "evasione" che costituiscono l'evasione più grave, ma le forme dominanti, preferite dalla moltitudine, accettate senza discussione, incoraggiate dal successo. E di fronte ad esse si pone la domanda: che cosa ci divertirà dal divertimento?

4 gennaio 1976