Lotito torna Claudio nella sua Amatrice "Risorga dove è caduta"

Il presidente della Lazio è ferito ma reagisce: "Come nel calcio deve rialzarsi e rivincere"

Come se un maligno avesse soffiato sul castello di carte e di ricordi che Claudio Lotito si porta appresso da una vita. Fotografie stracciate che adesso cerca di ricomporre, come fosse un collage, privato, personale, esclusivo. Amatrice è la chiesa di Sant'Agostino, in faccia alla casa del nonno Enrico che veniva da un borgo di fianco, distante meno di due chilometri, San Lorenzo a Pinaco. Qui il racconto torna all'inizio, si possono rileggere e poi riprovare le emozioni, le stesse? «Amatrice sono i boschi dove giocavo e fuggivo, per i primi amori estivi». Il primo pensiero, il primo fotogramma. Il bosco, la fuga infantile.

Amatrice, oggi, per Lotito, è lacrime, non più corse e gioia. Amatrice è un urlo disperato, non strilli e vociare di bambini e ragazzi, il suo teatro antico. È terra di strazio, polvere e macerie, pioggia e vento sul silenzio del rito funebre, bare che proteggono e nascondono corpi lacerati, travolti, stravolti, uccisi in una notte mai incominciata e improvvisamente finita. Claudio Lotito in mezzo alla sua gente, vicino ai potenti, li chiamiamo così anche se impotenti davvero dinanzi alla altrui sofferenza. Amatrice è una fetta di vita passata e una lesione profonda, oggi, per il presidente della Lazio, mille volte insultato dalla ciurma dei suoi tifosi ma finalmente rispettato per il dolore suo e di quelli che con lui hanno onorato chi più non c'è. Claudio Lotito non sfila, non si esibisce, non enuncia motti latini, è uomo infine normale, semplicemente Claudio, osserva, raccoglie un saluto, stringe cento mani, asciuga le lacrime.

Amatrice era l'oratorio della chiesa dove lui sognava di diventare un portiere di quelli grandi e bravi, giocando tra i pali della squadretta poi squadra vera, «Non ero il capitano, non potevo esserlo, ero il più giovane. Vincemmo il trofeo delle sessantanove frazioni che compongono la città dell'Amatrice. Così la chiamo io, così dice la storia, una città che batteva anche moneta». Elogio fiero del suo presepe, illustrato dall'orgoglio di chi cerca di cacciare via, con la forza delle parole, l'ombra della morte che si muove dovunque, mentre la terra non smette di tremare e non sappiamo quando finirà di molestare paesi e uomini.

La storia è antica, la cronaca è feroce e su questa Claudio Lotito ritrova e conserva le memorie «che nessuno potrà cancellare, che nessun terremoto potrà mai portarmi via. Amatrice è sconfitta ma non battuta, come nel calcio può rivincere, deve rialzarsi, là dove è stata messa in ginocchio. Qui è caduta, qui risorgerà, non altrove, con le stesse forze, con l'energia e la dignità che da sempre hanno accompagnato questa terra. Tra queste strade ho trascorso la mia infanzia, qui la mia adolescenza, qui la mia maturità, quando ho trovato le idee per la mia attività imprenditoriale, frutteti, zootecnica, campi di grano. Sono crollate case, scuole, chiese, palazzi ma i campi non hanno sofferto come gli uomini. Rivedo i luoghi di quel tempo e provo di nuovo le stesse sensazioni, stavolta dure: le chiese, i leoni di marmo e pietra davanti a Sant'Agostino, san Francesco, le gite ai laghi di Scandarello, poi a Campo Tosto, sù, oltre mille e trecento metri, i fiumi, il Tronto, vicoli, strade tortuose, tratturi, non il silenzio angosciante di oggi ma quello liberatorio, fresco, di estati vissute senza l'oppressione del tempo, del lavoro, della scuola. Era vacanza, assenza. Le mille partite di ping pong, le sfide a biliardino, le gite al santuario della Filetta, l'allegria di un'adolescenza che non ha altri pensieri se non la gioia di vivere. Ero un chierichetto e la chiesa era il rifugio pomeridiano, l'angolo della riflessione prima del gioco. Poi andavamo a bagnarci nelle acque sotto la diga, quel ritaglio, nei nostri sogni, era la piscina, così la chiamavamo; ballavamo con le canzoni di Battisti, la sua musica accompagnava le nostre sere, alla discoteca lo Scoiattolo, poi in quella dentro l'hotel Roma. Non posso più cercarle, non potrei ritrovarle ma non le cancello. Ogni estate era una pagina da sfogliare di nuovo, il momento per ritrovare gli amici e i parenti, per ricordare giochi e passioni, il parco dei divertimenti che per tutti è l'infanzia, è l'adolescenza. Oggi una fetta di quegli amici, un'altra di quei parenti, non ci sono più, improvvisamente scomparsi. Li piango, non li dimentico così come Amatrice piange straziata i morti ma non può morire assieme, anzi deve ricominciare a vivere. Io provo questo dolore fortissimo, come una lesione sul mio corpo. Ma so che la mia città antica saprà rinascere nuova e uguale a se stessa. Il mio impegno sarà profondo e continuo ed è già avviato, io ci sono. Lo sport potrà aiutare a raggrumare idee e denari, a trovare lo spirito per iniziative certe, sicure, senza angoli bui, senza zone oscure, soprattutto in tempi brevi. Questo dovremo fare. Questo farò io».