Olanda al bivio: Klaver il verde tra Wilders e il premier Rutte

Decisivo il gioco di alleanze nel sistema proporzionale. Il sovranista spera in 2,5 milioni di voti e in 30 seggi

Nel Paese dei mulini a vento Geert Wilders non è un Don Chisciotte, la sua battaglia lancia in resta contro la minaccia totalitaria dell'Islam e per la sovranità olandese è pragmatica e destinata a sovvertire, con le cruciali elezioni di domani, l'ordine costituito della politica in tutta Europa. Se n'è avuta un'anticipazione con la reazione muscolare del governo contro Ankara, praticamente l'esecuzione di ciò che aveva chiesto il biondo ossigenato leader dimostrando davanti al consolato turco di Rotterdam. La sua affermazione è data per certa, alcuni sondaggi lo indicano come primo partito con il 25% dei voti, 27-30 seggi sui 150 che compongono la Tweeder Kamer, la Camera Bassa per la quale si sfidano ben 28 partiti.

Il sistema è proporzionale, per decenni l'Olanda non ha avuto una formazione di maggioranza, ma coalizioni liberal-centriste. Stavolta però formare un governo, arrivare a 76 seggi, sarà complicato. Perché i partiti tradizionali sono tutti dati in caduta libera e hanno (per ora) escluso accordi con il Pvv di Wilders. A dare le carte nel dopo voto dovrebbe essere il premier uscente Mark Rutte con il suo Partito per la Libertà e democrazia, che nonostante i successi macroeconomici (crescita del 2% nel 2017, disoccupazione al 5,2%) passerebbe da 40 a 25 seggi. E l'attuale partner di coalizione, i laburisti del Pvda, scenderebbe da 36 a 12, pagando il sostegno a politiche di austerità e tagli al welfare. A sinistra la sorpresa potrebbero essere i Verdi del trentenne Jesse Klaver, detto il Justin Trudeau d'Olanda per la sua somiglianza con il giovane premier canadese: origini marocchine e indonesiane, Jesse catalizzerebbe il voto anti Wilders, in difesa d'un multiculturalismo che sembra improvvisamente fuori moda quanto i coffee shop, diminuite del 50% in due anni. Rutte auspica una coalizione con il partito Democratici 66 e Appello cristiano democratico, che sono dati rispettivamente a 18 e 16 seggi.

Che fare allora? Come gestire una forza, quella del Pvv di Wilders, di circa 2,5 milioni di voti su una popolazione di 16 milioni? «Se ci escludono guiderò una rivoluzione nelle strade, è antidemocratico» dice. Gli unici partiti disposti a coalizzarsi con l'uomo che promette la chiusura delle moschee e l'uscita dall'euro sono l'Unione cristiana e 50Plus, una sorta di partito dei pensionati: «Immaginate se otteniamo 40 o 50 seggi e ci voltano le spalle... Non sto minacciando, ma ci faremo vedere e sentire».

Per il Financial Times Wilders con un risultato come quello previsto vincerebbe comunque, perché con 2 o 3 milioni di voti sposterebbe anche dall'opposizione in senso nazionalista, identitario, anti europeo e anti immigrati la politica olandese. E un successo domani stenderebbe un tappeto arancione sulla strada degli altri candidati populisti, a cominciare da Marine Le Pen prossima all'esame. Ma l'incognita si chiama Rutte. Single, pianista, ex capo del personale dell'Unilever e attivo nella parrocchia protestante, l'attuale premier è politico spregiudicato e abile; nelle ultime settimane ha rimontato nei sondaggi usando lo stesso repertorio di Wilders, invitando gli immigrati che non accettano l'emancipato stile di vita olandese a tornarsene a casa: «Vengono qui perché siamo un Paese libero, ma poi non stringono la mano alle donne». Non ha esitato a dichiarare persone non gradite i ministri di Erdogan. Il suo istinto di sopravvivenza gli ha permesso di rimanere a galla anche quando era dato per morto. Per il potere è disposto ad allearsi con il diavolo: ecco perché crescono i sospetti che dopo le elezioni possa tradire i propri principi e unire le sue forze con il Pvv del Belzebù ossigenato.