La piazza di Hong Kong non cede: nuove proteste

Il governo locale va avanti e la Cina accusa gli Stati Uniti "di interferire nei suoi affari interni"

Il braccio di ferro continuerà. Malgrado sia sceso in piazza un milione di persone, inscenando una manifestazione di protesta così imponente che non si vedeva da decenni, il governo di Hong Kong ha deciso di andare avanti con la legge sull'estradizione verso la Cina. La stessa capo del governo, Carrie Lam, ha affermato che nonostante le contestazioni e le preoccupazioni dei cittadini la norma seguirà il suo corso. «Contribuirà a garantire la giustizia e assicurare che Hong Kong - ha spiegato Lam - adempia ai suoi obblighi internazionali in termini transfrontalieri e di criminalità transnazionale».

La legge sull'estradizione ha preso forma alcuni mesi fa, quando un ragazzo di Hong Kong aveva ucciso la fidanzata mentre erano in vacanza a Taiwan. Il governo di Taipei ne aveva chiesto l'estradizione, che non era stata concessa per le normative in vigore a Hong Kong. Se da un lato la nuova norma sarà più in sintonia con il diritto internazionale, nell'ex colonia britannica si teme che possa diventare il cavallo di Troia di Pechino. Le organizzazioni dei diritti umani, infatti, hanno il timore che Hong Kong sia più vulnerabile alle richieste cinesi riducendone l'indipendenza. Inoltre, una maggiore influenza di Pechino sulla giustizia e la politica locale potrebbe generare in molti abitanti la paura di manifestare il proprio dissenso. E le parole che arrivano da Pechino non rassicurano la popolazione della città Stato. La Cina, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, «continuerà a sostenere con fermezza» il governo di Hong Kong e la sua proposta di legge che consentirà l'estradizione. Allo stesso tempo, il governo cinese attacca Washington, rea di fomentare la tensione. «Esortiamo gli Stati Uniti a smettere di diffondere dichiarazioni irresponsabili e false ha scritto l'agenzia di stampa Xinhua riportando le dichiarazioni della diplomazia di Pechino- a smettere di intervenire nel normale processo legislativo della regione e a smettere di interferire negli affari di Hing Kong e negli altri affari interni della Cina». Pur essendo diventata territorio cinese, la città-stato ha mantenuto l'autonomia dal 1997, anno in cui è terminata la sovranità britannica. Durante quel delicato passaggio, Pechino aveva garantito che Hong Kong avrebbe preservato il suo sistema democratico e capitalistico.

Per cercare di placare gli animi, il governo di Hong Kong ha spiegato che saranno estradate solo le persone accusate di reati gravi, con una pena massima di almeno sette anni. Ma le opposizioni non si fidano e, oltre a temere estradizioni per motivi politici, sono convinte che il governo di Pechino abbia nel mirino miliardari ed ex funzionari comunisti rifugiatisi a Hong Kong e mai estradati in Cina. Per questo motivo, gli organizzatori delle proteste hanno chiamato a raccolta i cittadini per manifestare nuovamente domani, giorno in cui la legge sarà all'esame del Parlamento e dovrà essere votata in seconda lettura.