Il primo ad arrivare in calzoni tirolesi. Montanelli alla rivolta di Budapest

Il grande Indro fiutò la notizia dell'invasione dell'Ungheria mentre era a caccia. E partì subito

Se Montanelli considerava la rivolta di sessanta anni fa degli studenti ungheresi come una sublime pazzia, anche il modo in cui il giornalista piombò a Budapest primo inviato occidentale ad arrivare al centro della rivolta in quello storico ottobre ha qualcosa di «pazzerellone» oltreché di fortunate coincidenze. La storiella vale la pena di essere ricordata anche perché me la raccontò lo stesso Cilindro davanti a un piatto di pappa con il pomodoro al ristorante toscano a due passi dalla Questura milanese. Ma andiamo con ordine.

Nel 1956 il futuro fondatore del Giornale era già divorziato da cinque anni dalla sua prima moglie, la nobildonna austriaca Margarethe de Colins de Tarsienne, chiamata familiarmente Maggie (il suo grande amore fu la seconda, Colette Rosselli). Un vera aristocratica di stile asburgico, Maggie, ma anche una donna di cuore che, durante la guerra, condivise con Indro il carcere di San Vittore (fungeva da messaggero tra i due un giovanissimo Mike Bongiorno) e quello di Gallarate. Come racconta Roberto Gervaso, in alcuni occasioni, la contessina era molto «teutonica» e obbligava Indro ad alcune prove: obbligarlo a bagni caldi a quaranta gradi o fargli indossare l'uniforme da cacciatore alla tirolese. Un'abitudine che, per la verità, Montanelli conservò anche dopo la separazione da Maggie, così come la consuetudine di trascorrere qualche giorno di relax in Austria, e proprio in quell'ottobre del 1956 stava partecipando oltre il Brennero ad una battuta di caccia al gallo cedrone (andava molto di moda, allora) con le braghe corte verdi come gli aveva imposto la sua ex-moglie. Successe tutto per caso. Durante la mattina, infatti, Montanelli passò vicino al confine tra l'Austria e l'Ungheria e qualcuno gli disse che alcune ore prima i frontalieri magiari avevano improvvisamente abbandonato la loro postazione: era successo qualcosa di grave a Budapest. Indro, con il suo proverbiale fiuto da inviato, sentì puzza di bruciato e, senza pensarci un attimo, salì su un taxi, e, con ancora addosso la sua divisa da cacciatore alla tirolese, lasciò perdere la battuta al gallo cedrone e si fece direttamente portare nella piazza principale della capitale magiara arrivando in tempo per scrivere in diretta i primi reportage della rivolta d'ottobre: a Milano non sapevano ancora nulla.

Quella volta batté sul tempo tutti i suoi colleghi, persino Ernest Hemingway che nella guerra di Spagna, vent'anni prima, gli aveva dato, qualche volta, la polvere come tempismo nella trasmissione degli articoli. Ci fu anche un altro piatto della bilancia, meno piacevole, per Indro perché quei fatti d'ottobre di cinquant'anni fa provocarono quasi un divorzio tra il giornalista di Fucecchio e Leo Longanesi che Montanelli considerò sempre come il suo vero maestro. Il fondatore di Omnibus, che pure non credeva troppo nella borghesia (fu lui a scrivere: «È assurdo essere conservatore in un Paese in cui non c'è niente da conservare»), sostenne, infatti, che gli scontri di Budapest erano stati accesi dalla rivolta dei ceti medi contro l'oppressione comunista. Da buon testimone oculare, Montanelli aveva invece scritto che i tumulti erano stati provocati dagli stessi giovani comunisti contro il giogo del regime sovietico e, in effetti, poco tempo dopo, Nikita Kruscev ordinò dal Cremlino di mandare i carri dell'Armata Rossa per soffocare nel sangue l'insurrezione. Un'iniziativa, quella di Mosca, che ebbe, in Italia, consensi da parte di molti compagni del Pci (è il caso di Giorgio Napolitano). Sui motivi di fondo della rivolta aveva avuto ragione Cilindro ma, da buon romagnolo, Leo non accettò di avere perso e, per diversi mesi, non rivolse più la parola a Montanelli.

Si tornarono a rivedere solo poco prima della scomparsa di Leo: il piccolo-grande giornalista di Bagnacavallo - che normalmente troncava tutti i rapporti quando litigava con qualcuno - facendo quasi ammenda, volle andare a trovarlo e, a tavola, ritornarono vecchi amici. Qualche giorno dopo si rividero ancora una volta alla stazione di Milano e Longanesi gli confessò che si era tolto un peso, «un peso che avevo qui al petto, condito di doloretti che promettevano poco di buono». Il cardiologo non gli aveva trovato nulla, ma poi Longanesi aggiunse, abbassando il tono della voce, «nulla, purtroppo». Non si rividero più, ma la nube di Budapest si era, fra loro, dissolta.