Qu, il primo cinese alla Fao (grazie ai voti dell'Africa)

Il viceministro dell'Agricoltura batte la candidata di Ue e Usa. Pechino rafforza il controllo sul continente

La Cina si «pappa» la Fao, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, e si rafforza sullo scacchiere internazionale. Nel corso della 41esima conferenza generale in corso nel palazzone in stile razionalista dell'Aventino, a Roma, in cui ha sede l'organismo, il voto di ieri è stato decisivo: Qu Dongyu è stato eletto direttore generale con un buon margine, 108 voti sui 191 totali, facendo centro al primo colpo. Qu Dongyu, che ha 55 anni ed è in patria viceministro dell'Agricoltura, ha surclassato il principale rivale, la francese Catherine Gesalain-Lanéelle, che si è fermata a 71 voti. L'europea era rimasta l'ultima sfidante dopo che gli altri candidati iniziali, il camerunense Médi Moungui, l'indiano Ramesh Chand e il georgiano Davit Kirvalidze, si erano via via sfilati. Qu Dongyu prenderà servizio il prossimo 1° agosto e resterà in carica fino al 31 luglio 2023. Succede al brasiliano Josè Graziano da Silva, reduce da due mandati consecutivi, ed è il nono direttore generale della Fao dal 16 ottobre del 1945, data della nascita dell'organizzazione.

Una vittoria di peso, un gol in trasferta che vale doppio. Qu Dongyu non è infatti soltanto il primo cinese a issarsi in vetta alla Fao, ma il primo esponente di un Paese comunista a farlo. Lo fa grazie ai voti dei Paesi africani, che grazie al principio «un Paese un voto» hanno un ruolo molto importante in un organismo che li interessa particolarmente, essendo quel continente l'area del mondo dove è più impellente la scarsità di alimenti e la necessità di implementare le politiche agricole.

L'Africa dunque sceglie la Cina e rende sempre più stretto il rapporto tra Pechino e il cosiddetto «continente nero». La Cina, che vanta da sola più abitanti di tutta l'Africa pur essendo tre volte più piccola, lancia una vera e propria Opa per il controllo di una parte di mondo sterminata e destinata a un vorticoso ancorché disordinato sviluppo economico e demografico nei prossimi decenni. La Cina già vanta in Africa importanti investimenti, destinati a impennarsi con il progetto Belt and Road, una visionaria apertura di nuove rotte commerciali e infrastrutturali tra Eurasia e Africa Orientale. Il denaro ha quindi guidato la cinquantina di voti africani verso Qu Dongyu, facendo pendere la bilancia nei confronti del biologo e viceministro cinese, che già poteva contare sui consensi della sua area geografica naturale, l'Estremo oriente, e di quelli dell'America Latina.

Ma la Cina fa segnare con l'insediamento di Qu Dongyu sull'Aventino un importante punto nella competizione per il controllo geopolitico ed economico del mondo che la vede in competizione con Stati Uniti, Russia ed Europa. Da questo punto di visto il fatto che il viceministro di Pechino abbia battuto una francese, un'esponente di una potenza stanca e confusa della stanca e confusa Europa ha un alto valore simbolico. È dal 1975, anno in cui finì il «regno» dell'olandese Addeke Hendrik Boerma che un europeo non ha in mano la Fao (e gli usa mancano dal 1956).

La Deslain-Lanéelle, prima donna in corsa alla Fao, sembrava certa di portare a casa il risultato. Non aveva esitato, per questo, a flettersi alle pressioni degli americani su dossier scottanti (vedi gli Ogm). Proprio per questo la sua sconfitta appare anche quella degli Stati Uniti. E quella di un modello di sviluppo agroalimentare globale dominato dal complesso industriale agrochimico-biotecnologico. Un approccio acrobatico e ambiguo che fa pensare che alla candidata francese (ed europea) possa essere mancato alla fine anche il voto di qualcuno dei 28. Forse anche dell'Italia, che per il fair play richiesto al paese ospitante non ha voluto far sapere per chi ha votato. Di certo al neodirettore cinese sono arrivati gli auguri di maniera del premier Giuseppe Conte e quelli più entusiasti del ministro dell'Agricoltura Gian Marco Centinaio.