Quei papà col mito del baby campione (a pagamento)

Raccomandati nel pallone: quei papà col mito del baby campione (a pagamento)

Giovani calciatori «sponsorizzati» dai genitori. Pronti a pagare pur di assicurare ai pargoli un tesseramento in squadra o, addirittura, un posto «garantito» tra i titolari.

Tra gli illeciti sportivi e quelli penali delle combine tentate o riuscite, c'è un altro fenomeno inquientante che emerge dalle carte dell'inchiesta «Dirty soccer». Il 15 gennaio scorso ne parlavano al telefono l'ex dirigente sportivo Vittorio Galigani e il Dg dell'Aquila, Ercole Di Nicola, quest'ultimo coinvolto nell'inchiesta (è stato fermato ieri dalla polizia nella maxiretata) e dunque intercettato. «Il Galigani - scrive la Dda di Catanzaro nelle 1267 pagine del provvedimento di fermo - invero, dava prova di quanto radicato fosse il malcostume nelle stanze del calcio professionistico italiano, vivendone la pratica quotidiana nella forma invalsa per cui i genitori di giovani atleti erano disposti a sborsare denaro in cambio del tesseramento dei loro figli nelle società calcistiche».

Un pettegolezzo, una chiacchiera tra addetti ai lavori? Non proprio. Il tema dei calciatori «raccomandati» a suon di bustarelle dai genitori era stato già trattato proprio da Galigani in un editoriale per «tuttolegapro» dello scorso settembre, nel quale l'ex dirigente invitava a «cacciare i raccomandati, gli sponsorizzati e i figli di papà» raccontando il malcontento del «partito dei genitori che hanno coperto, con lauta “sponsorizzazione”, la firma di un contratto. Promesse di presenze mai mantenute, con ragazzi lasciati a marcire in panchina o spediti, senza alcuna considerazione, in tribuna». Insomma, un mercato delle maglie distante anni luce dai trasferimenti milionari e ufficiali dei calciatori più famosi. Un modo per le società e per i «procacciatori» che vivono ai margini di questo mondo di finanziarsi a spese delle aspettative e delle speranze di chi crede che il proprio figlio sia un predestinato ed è talmente accecato da metter mano al portafogli, magari per assicurare al pargolo quella possibilità che a lui, da giovane, era stata negata. Di negato, finora, c'era invece l'esistenza di questo fenomeno, con poche eccezioni smentito da tutti gli addetti ai lavori.

E invece adesso proprio il lavoro della Dda di Catanzaro sembra confermare la pratica. Sono gli inquirenti a dirlo, scrivendo che il lavoro di indagine «lasciava emergere» la «radicata consuetudine» per cui «familiari di calciatori offrivano denaro a dirigenti calcistici compiacenti», tutto in cambio di una convocazione. In fondo, una scommessa anche questa.