Una riva salva, l'altra a pezzi Il Tronto divide il destino

Per chi ballava alla festa di Spelonga tanta paura Per chi viveva dall'altra parte una notte di morte

Hanno visto il mondo scomparire di fronte ai loro occhi, uno specchio deformato. Qui la salvezza, là la morte, la deformazione di quello che sarebbe potuto accadere a se stessi, alle proprie famiglie e alle proprie case, se la saetta del terremoto avesse imboccato un'altra via impazzita, di qua dal fiume e non di là. Due pareti di roccia, bosco e paesi che si guardano e si conoscono, perché il fiume non divide le famiglie. «Qui e lì siamo tutti parenti, mezzi parenti, famiglie incrociate». Una fede e tradizioni che uniscono. Una decina di borghi affacciati uno sull'altro. Il lato sinistro del fiume Tronto sulla direttrice Ascoli-Roma si è salvato. L'altro no. Come se il destino avesse tagliato di netto la Valle: a destra crolli e morti, a sinistra la vita. Il Tronto, Trunt in dialetto, il fiume che segna un destino.

Si è salvato, tra gli abitanti la sponda destra, quella di Arquata, Peschiera, Accumoli, chi si trovava alla festa sul lato graziato. Chi stava ancora ballando, alle 3.36 di quello scampolo di estate, martedì 24 agosto. I giovani perlopiù, molti arrivati da Pescara e Arquata, perché a Spelonga, paese che guarda Arquata, si stava svolgendo la festa delle feste, l'evento dell'estate per la Valle del Tronto, ovvero la commemorazione della battaglia di Lepanto. Da Spelonga, terra di boscaioli, arrivava il legno per costruire gli alberi delle navi del Papa. Il 24 agosto era la serata dedicata ai giovani, con la discoteca. Si ballava ancora dopo le 3 quando la terra ha iniziato a ballare più veloce delle gambe. I ragazzi hanno preso a urlare, le luci della festa sono saltate. I giovani più obbedienti, tornati già nelle loro case sul lato di fronte, sono morti. Quando sono spuntate le prime luci dell'alba, dalla terrazza di Spelonga hanno visto: l'orrore di Pescara inginocchiata sul declivio della montagna, rasa al suolo. «Abbiamo visto quello che potevamo esse noi», racconta Luciano Leoni nel giardino della sua casa. Dorme in macchina, entra solo per le necessità, ma le pareti non hanno lesioni.

Settecento metri di distanza in linea d'aria, un passato di amicizia tra le due sponde ma anche di recriminazioni: «Li abbiamo sempre invidiati per la loro terra fertile», raccontano dal crinale sinistro. «La nostra terra è densa, ferrosa». Esposta a nord, meno battuta dal sole. Ora sono tutti vivi e piangono i parenti. E chiedono un presidio perché a Spelonga e Colle soprattutto gli sciacalli hanno già sfondato porte per rubare. La priorità è il lato destro del Tronto, «è giusto», qui Protezione civile e pompieri salgono di rado.

A Trisungo sono aperti i cinque avamposti della Salaria, i fari nel nulla. Due bar, il farmacista, il macellaio e il salumiere. Loris Palmarocchi aveva la farmacia ad Arquata e si è trasferito a Trisungo nel '99. «Se fossimo rimasti sarebbero crollate casa e farmacia». Si sono aperte un paio di crepe ma si resiste. Arrivano terremotati a ogni ora per saponi, spazzolini, calmanti. Alla macelleria Petrucci scorrono «le ordinazioni degli arrosticini e delle olive ascolane» e spiegano che «tanta gente dei clienti è morta. Avevamo macellato tutto a inizio settimana perché c'erano i turisti». Verrà piazzato sul marciapiede un fornelletto elettrico. Per grigliare ma soprattutto per fare calore nella desolazione. A Trisungo il terremoto è stato fortissimo e hanno visto «la rocca di Arquata che fumava». Qualche tetto delle case antiche affondato, angoli di case saltati, ma nessuna vittima.

La strada che sale da Trisungo è un volo di sguardo verso il Monte Vettore fino a Forca di Presta. Un incanto finché non compaiono Arquata e Pescara stesa sulla montagna. Molti fanno avanti e indietro con la camera ardente di Ascoli.

Qui si dorme in tende improvvisate «e abbiamo paura per le rocce», speroni a strapiombo che incombono. C'è la vita e le case sono in piedi, ma la morte è là di fronte.