Così si muore nella Roma allo sbaraglio

Le cronache ieri ne hanno parlato, ma forse non si è capito che la morte del bambino Antonio Bertoni di 11 anni in viaggio da Latina a Roma per curare una forma di asma gravissimo, non è stato uno sfortunato incidente dovuto all'intenso traffico, ma un mostruoso sacrificio umano. Da giorni la rete delle grandi arterie della capitale è bloccata per un infarto artificiale affinché oggi si possa correre la «Formula E» nel circuito dell'Eur. L'evento è rinomato e vende moltissimo. La disgrazia sta nel fatto che la giunta Raggi ha paralizzato le vie di comunicazione da giorni a scapito della sicurezza, della salute dei disgraziati murati vivi fra le lamiere, sbagliando i calcoli - ammesso che ce ne siano - sulle emergenze. Tu passi per Roma, avvallata da buche, irta di sobbalzi, in preda alla nausea e ti chiedi che cosa stia succedendo a chi sta peggio di te in quel momento e deve raggiungere un pronto soccorso perché ha un infarto, un attacco mortale di asma, o deve aspettare un'ambulanza. Poiché una metropoli caotica come Roma implica grandi numeri, è facile prevedere quanti esseri umani sono destinati a lasciarci la pelle. Io stesso ho un'asma grave e sono abituato a calcolare a quanti minuti si trova la salvezza in caso di attacco e immagino quanto quel bambino e sua madre abbiano sofferto nel mattatoio del grande evento tribale. Roma è allo sbaraglio come ai tempi di Nerone, panem et circenses: quattro gladiatori che fanno scintille su auto elettriche e - alé - a chi tocca tocca, chi muore muore.