La ruspa, la bimba fucsia e la madonna blu Dopo l'apocalisse grigia rispuntano i colori

La ruspa, la bimba fucsia e la madonna blu: la polvere del terremoto aveva coperto tutto, tranne un unico palazzo rosso

Quando il buio di qualche notte fa ha coperto l'Appennino che si squarciava e i paesi che si schiantavano, in realtà non si è portato via solo 290 vite e migliaia di esistenze rovinate. La mattina dopo, quando accanto all'esercito di soccorritori è comparso il plotone dei fotografi, i primi scatti hanno svelato che il terremoto aveva rubato anche le forme e i colori. Cataste e cumuli dove c'erano muri eretti, archi e volte; grigio e terra dove fino a poco prima guizzava la variopinta estate mediterranea.

Succede sempre così, nelle catastrofi. Il cemento si sbriciola ed esplode in nuvole di calce che tutto coprono. Era successo l'11 settembre, con la Manhattan delle luci e della pubblicità popolata di fantasmi impolverati, avvolta in una nebbia surreale e lattiginosa come la cecità nel mondo di Saramago, apocalittica come il Nulla della Storia infinita. Logico succedesse ad Amatrice, dove la mattina dopo il disastro i droni si sono alzati in volo, cercando i colori come faceva Cesare Pavese uscendo di casa di buon'ora. Ma dopo un terremoto è difficile trovarli, i colori, soprattutto in un borgo fatto di tufo e arenaria. Dall'alto, in una zona di guerra tinta di un indefinito beige, spuntava un'unica, impressionante eccezione: un palazzo rosso di cinque piani, un obbrobrio architettonico degli anni '50, l'unico ad essere rimasto in piedi. Una macchia di colore nitida, quasi un effetto speciale, come la bambina dal cappotto rosso nel bianco e nero della Shoah in Schindler's List.

Non era tempo di poesia, né di impressionismo da due soldi. C'erano orfani da raccontare e bilanci da aggiornare con spietata precisione. Eppure man mano che i fotografi raccoglievano materiale, la sensazione era sempre più forte. Il terremoto non ha colori, è una mano di stucco onnipotente. L'intonaco pastello dei palazzi si sbriciola per primo, le persiane verde bottiglia spariscono sotto il pietrisco e il grigio del lutto diventa una livella cromatica che accomuna chi dormiva in pigiama rosa e chi in maglietta viola.

Ma col passare delle ore, mentre i soccorsi si facevano febbrili, il colore è ricomparso. Prima le ruspe gialle e rosse, le divise fosforescenti di pompieri e volontari, i caschetti di protezione di chi dà una mano; poi giocattoli, ciabatte e oggetti comuni riemersi dalla baraonda di macerie. Piccoli guizzi di movimento sulla tavolozza spenta, embrioni di vita e normalità, quantomeno cromatica. Fino al miracolo di Giorgia con la sua maglietta fucsia, tanto sgargiante da essere notata dai soccorritori che l'hanno salvata. «Il colore è una liberazione». Neppure Matisse sapeva quanto potesse essere vero.

Così come forse neanche Picasso sapeva quanto aveva ragione nel dire che i colori seguono le emozioni. Infatti, ora che è tempo di rialzarsi, seppellire i morti e dare conforto a chi resta, il mondo frantumato dell'Italia di mezzo sembra tornare a colori. Non solo il giallo e il nero dei nastri che circondano i mozziconi di case pericolanti, ma anche l'azzurro delle vesti di una madonnina scampata al crollo di una cappella, la porpora del vescovo ai funerali solenni, il blu delle tendopoli. Tessere di un mosaico splendido da rimettere insieme, aspettando che dopo il colore in questo mondo a soqquadro possa tornare anche la forma.