La satira di "Charlie" da quarant'anni contro gli estremismi

Minacce, processi e perfino un attentato incendiario non l'hanno fermato. Fino alla tragedia di ieri

Provocazione, satira contro ogni perbenismo. Cinquantamila copie e molti più lettori di quanto non venda. Charlie Hebdo è utile a chiunque in Francia. Agli assistenti dei politici, quelli che sanno ridere con intelligenza e spesso cercano di scoprire in anteprima chi sarà il bersaglio della prima pagina di questo giornale “stupido e cattivo”. Lo slogan degli anni Settanta, mai rinnegato. Che prende di mira non solo i tic, gli errori dei politici, gli estremismi religiosi e la stessa società. Una ventina di vignettisti considerati faro della libertà di stampa e di espressione. Anche sguaiata, ma mai priva di intelligenza. Charlie Hebdo sdrammatizza eventi con l'ironia della matita da quando si chiamava Hara-Kiri e il ministero dell'Interno ne decise la chiusura. Cambiò nome e si decise che si poteva dire tutto, rappresentare tutto. Ma che la libertà di critica non potesse ricevere pressioni di nessun genere. Ecco perché una delle politiche del settimanale, rifondato tre volte, l'ultima nel 2002, è di vivere in gran parte di abbonamenti e senza pubblicità. Una testata in cui telefoni e rispondono direttamente i vignettisti e giornalisti. Come quando il centralino fu sommerso dalle proteste degli stessi lettori a causa del sostegno di Charlie Hebdo a La Rabbia e l'Orgoglio , il libro di Oriana Fallaci, in occasione della pubblicazione francese. Attrae persone in edicola grazie ai suoi titoli, sufficienti ad accendere un punto di domanda, strappare un sorriso, far riflettere. Come quando la redazione decise di uscire con Maometto «direttore», il Profeta in copertina che prometteva «cento frustate se non morite di risate». Era il novembre 2011, il momento in cui per la prima volta i Servizi sconsigliarono ai redattori di evitare filtri col pubblico, dopo la decisione di ribattezzare la testata «Sharia Hebdo». Il numero fu un successo e la redazione vittima di un attacco incendiario. Una settimana in cui, nonostante l'attentato, il settimanale satirico considerato esponente della sinistra libertaria ha continuato a vivere senza privarsi delle libertà (neppure quella di ascoltare le critiche direttamente alla cornetta, poi magari ridendoci su con un «chissenefotte»). Charb, il direttore ucciso ieri, spiegò in quell'occasione che non si trattava di una pubblicazione «contro i musulmani», ma di un modo per dire che «sorridere su tutto è la più grande prova di libertà e democrazia». La politica francese, di destra e di sinistra, ha sempre reagito con spirito. Sarkozy, centinaia di volte bersaglio dei vignettisti del settimanale, disse «meglio troppe caricature, che nessuna». I redattori non si sono mai nascosti. Ieri, dopo l'attentato, il telefono del caporedattore Gérard Biard era spento per la prima volta. Al giornale il telefono squilla e nessuno risponde. Sappiamo però come vive (o ha vissuto) Charlie Hebdo le minacce subite negli anni. Con l'idea stessa alla base del settimanale: «La nostra arma per opporci alla minaccia integralista è la penna. Ci chiedono di deporla», disse l'allora direttore Val in occasione nel 2006 della pubblicazione delle vignette danesi su Maometto a cui Charlie Hebdo ne aggiunse altre «francesi». Il settimanale fu portato di fronte ai giudici dal Consiglio dei musulmani di Francia, che ne aveva chiesto il ritiro delle copie. Il tribunale scagionò la rivista dalle accuse dei dirigenti della Grande moschea di Parigi. Seppure perdendo copie, e con qualche chiusura alle spalle (cause economiche o a seguito di una vignetta su Charles de Gaulle nel giorno della morte) ha sempre continuato a vivere mantenendo la libertà di critica nell'alveo della legalità e soprattutto della non-violenza. Da quel momento con una scorta di fronte alla sede del giornale. E diverse minacce al direttore, Charb, per cui un sito jihadista nel 2012 chiese la decapitazione.