Strega, Campiello e altri premi letterari. Per partecipare è obbligatorio soffrire

Carlo Laurenzi ricorda un suo libro in cinquina e i rimproveri della Bellonci

Due aggettivi, in contrasto fra loro e forse inesatti, mi si impongono se ripenso alla tavola ovale allestita la sera del secondo venerdì di giugno a Verona per la cena di lavoro che precedette la discussione pubblica dalla quale sarebbero usciti la mattina seguente i cinque laureati del premio Campiello. Questi aggettivi sono «sfarzoso» e «irritante»; lo sfarzo si riferisce all'inusitata ampiezza del tavolo apparecchiato di lino bianco e splendente di fiori mentre l'irritazione, per me, nasceva dalla prepotenza delle voci e delle immagini televisive ad ammonirci che la gloria dell'Italia calcistica, anzi dell'intera Italia, era in gioco nella tenzone che opponeva la squadra della Germania Federale agli azzurri. Il televisore era piazzato all'estremità della tavola opposta alla mia e così vedevo pochissimo e non udivo praticamente nulla. Debbo aggiungere che poche cose mi appaiono desolanti come la contemporaneità di un pasto e di un ascolto televisivo; parecchi dei miei commensali, al contrario, torcevano il collo verso la tenzone e da qualcuno mi giungevano di tanto in tanto notizie sullo scontro: l'Italia ha segnato, i tedeschi hanno pareggiato, l'arbitro (naturalmente) è il dodicesimo tedesco schierato contro gli azzurri.

Una basilare buona creanza impediva a stento che quel parterre di letterati applaudisse o maledicesse le fasi dello scontro; come Dio volle la partita finì e allora fu possibile occuparci dei nostri problemi «tecnici», in primo luogo se fosse opportuno insistere sulle Menzogne della notte, il romanzo che più d'ogni altro ci affascinava, ovvero abbandonare Gesualdo Bufalino alla propria sorte che sarebbe stata comunque una sorte vittoriosa. Bufalino aveva stravinto le primarie dello Strega e si avviava al trionfo definitivo nel premio romano; includerlo nella cinquina del Campiello avrebbe significato annientare quel trionfo senza che fosse possibile ipotecare il successo delle Menzogne al traguardo del Supercampiello. Così, ferma restando la decisione di votare secondo coscienza, si fece strada la dolorosa opportunità di lasciar cadere Gesualdo; ciascuno di noi, la mattina successiva, espresse nel suo discorsetto un doveroso rammarico con l'eccezione di un giudice provvisorio dalla saccente schiettezza. E ora, dopo anni e anni durante i quali non ho dedicato al premio Strega un solo pensiero, eccomi improvvisamente spinto a riesumare intorno a quel premio antiche memorie.

Molto antiche. Fui presente all'edizione inaugurale e semiclandestina nel cortile dell'Hotel de la Ville (1947, assegno di 250.000 lire a Flaiano per Tempo di uccidere); il mio disinteresse per i fasti del ninfeo di Villa Giulia divenne totale nel 1968, scandaloso anno di ritiri, quando Maria Bellonci preannunciò riforme rivoluzionarie su cui la mia disinformazione perdura. Quanto so è che il premio Strega rimane tecnicamente diverso dagli altri: non lo decreta una giuria ma un corpo elettorale i cui membri ammontano a varie centinaia. Questo corpo elettorale, ai miei tempi, esprimeva il suo giudizio attraverso un voto segreto, cosicché i detrattori del premio stesso, molto numerosi, ripetevano con persuasione: «Lo Strega è una congiura». Doveva esserci comunque un motivo alla base della popolarità dello Strega cui si piegavano gli editori dandosi battaglia e anche i lettori o pseudo-lettori acquistando i libri premiati per poi talvolta pentirsene. Una democrazia oligarchica o massonica caratterizzava la struttura di quel sortilegio; fra i votanti alcuni erano letterati di fama, altri sfuggivano a ogni classificazione o appartenevano alle café societies o vivevano in provincia. Nessuno prima del 68, credo, aveva preso visione con calma degli elenchi completi, tranne la compianta signora Bellonci nella sua qualità di promotrice del premio. Sempre nel 68 Maria Bellonci preannunciò l'abolizione del voto segreto: ogni elettore avrebbe firmato la propria scheda, ogni nome sarebbe stato reso noto negli scrutini.

Io ricordo con un divertito raccapriccio che la campagna elettorale dello Strega, imperversando dall'aprile agli inizi di luglio, si svolgeva in un clima di stress e che tutte le vincite, magari a prescindere dai valori letterari, erano meritorie. Ci chiedevamo quale avrebbe dovuto essere il retto comportamento di uno scrittore dabbene ma implicato nella battaglia: appartarsi con decoro o tentare a ogni costo di vincere? Affidarsi alle manovre degli editori? Uscire dalla trincea a viso aperto e buttarsi allo sbaraglio? Quest'ultima tattica non era la meno seguita; uomini e donne letterati andavano sì allo sbaraglio ma l'apparenza della loro azione era piuttosto di missionari e piazzisti. Si trattava spesso di visitare molte case, pianerottolo per pianerottolo, e di lodare chicchessia con pazienza e umiltà: i voti si racimolavano uno per uno; c'era una certa grandezza in quella servitù, l'angoscia del blandire e l'abdicazione all'amor proprio. È probabile che al culmine della battaglia il concorrente allo Strega smarrisse la fisionomia, l'essenza medesima del suo libro. Egli forse, ricordava appena di avere scritto una indifferenziata congerie di pagine e sapeva che in nome di quella congerie era in orbita. La prodigiosa cecità dei satelliti era la sua disciplina.

Oggi, chissà, la situazione è mutata; sarebbe inconcepibile in un Gesualdo Bufalino la condizione di satellite. Ma, rifacendosi ad allora, una modesta testimonianza personale può illuminare con un esempio la natura di un'orbita erronea: due autorevoli presentatori, a norma di regolamento, proposero per il premio un mio libretto di cui non importa nemmeno rammentare il titolo e che però, sormontando la prima votazione, fu tra i cinque finalisti trent'anni fa. Mi si pose così il problema etico del comportamento, problema che decisi di risolvere secondo il fair play convenzionale: mi disinteressai del destino del libro, venne la votazione finale e il mio libro non vinse. (Debbo ammettere che in nessun caso avrebbe vinto).

Qualche tempo dopo ebbi l'onore di conoscere la promotrice del premio signora Bellonci; era tutta vestita d'azzurro e mi colpirono i suoi capelli nerissimi quasi di profetessa. Le fu fatto il mio nome, mi inchinai, ma la voce di Maria Bellonci suonò con educata severità: «Lei - disse fissandomi -, lei è l'unico fra i miei autori, l'unico candidato al premio Strega nella Storia che non abbia provato il bisogno di intervenire a una delle nostre riunioni e neppure di farsi vedere da me. Questo non è bello».

Replicai qualcosa circa la volontà cui m'ero attenuto di stare lontano dalla mischia per delicatezza verso l'Impresaria e i votanti del premio. Ma la signora Bellonci scosse il capo e io misurai all'improvviso la vastità del mio torto. Chi vuole un premio, lo vinca o lo perda, deve soffrire; i premi altrimenti sarebbero davvero immorali. Questa era la regola ai miei tempi e tutti vogliamo sperare che adesso non viga più.

28 giugno 1988