"Urlavano: voi siete il male, vi stermineremo"

Gli assassini di Allah vogliono un uomo ignorante e pronto a obbedire

«Ho riabbracciato mia moglie Jeriah e i miei tre figli. Non mi sembra vero. Sono molto scosso, non ho ancora realizzato che è accaduto davvero a me». Forse non riesce neppure a comprendere come sia riuscito a mettersi in salvo il professor Bernard Okindo, 36 anni, docente cattolico di letteratura inglese all'Università di Garissa, teatro della strage perpetrata giovedì dai miliziani di Al Shaabab. Okindo dormiva con altri 64 insegnanti nel campus, ed è stato svegliato d'improvviso dai colpi d'arma da fuoco.

A che ora è iniziato il blitz dei jihadisti?

«Mancavano 12 minuti alle 5. L'immagine del display della sveglia mi accompagnerà per il resto dei miei giorni. Il primo istinto è stato quello di nascondermi nel cassettone sotto il letto, ma ero sicuro che mi avrebbero trovato».

È vero che l'irruzione non è stata una vera e propria sorpresa?

«Purtroppo era nell'aria. Sapevamo da settimane di essere obiettivo di Al Shaabab. Erano arrivate minacce telefoniche, lettere cariche d'odio. Il preside si era rivolto alla polizia che per tutta risposta ha rinforzato il nostro servizio di portineria con due guardie».

La loro presenza ha riportato un pizzico di serenità?

«Per nulla. Al campus vivono oltre mille persone tra insegnanti, studenti e impiegati. Qualcuno ci dovrà spiegare come potevano due poliziotti sorvegliare una comunità così numerosa».

Anche l'assalto dei terroristi è stato un po' anomalo.

«Gli assalti di Al Shaabab durano al massimo un paio d'ore. In questo caso è stato un inferno. Qui al campus i soldati non riescono ad arrivare così in fretta, visto che la loro base dista 80 chilometri dalla città. Però il ritardo di quasi otto ore è imperdonabile».

Se la sente di raccontare quello che ha visto e sentito?

«I terroristi urlavano, invocando la maledizione di Allah su di noi. Dicevano che ci avrebbero sterminati tutti dalla faccia della Terra, perché noi cristiani rappresentiamo il male. Lo ripetevano all'infinito, come ossessionati».

Come è riuscito a salvarsi?

«Passando dal tetto e lanciandomi su una siepe, cercando di attutire la caduta. Indossavo solo un paio di slip. Fa caldo in questi giorni e si dorme quasi nudi. Non abbiamo fatto neppure in tempo a recuperare qualche vestito».

Corrisponde al vero la storia degli studenti musulmani risparmiati dai jihadisti?

«Sì, è stato terribile. Hanno chiesto ai ragazzi di alzarsi e di recitare il Corano. Tutti coloro che non lo conoscevano sono stati trucidati. La loro selezione è stata fatta così. Alcuni sono stati decapitati. Non si può morire così».

Ha visto in faccia i terroristi?

«No, avevano il viso coperto da foulard. Erano almeno una decina, non cinque. Alcuni di loro hanno abbandonato i mitra, si sono cambiati con i vestiti sottratti ai cadaveri e sono usciti dall'edificio insieme alle altre persone».

Prima della tragedia, come procedeva nel campus la vita tra musulmani e cattolici?

«Bene. L'integrazione nel Paese si può toccare con mano, è stato più difficile in passato creare unione tra le 47 contee in Kenya, che ritrovarci tra persone che professano religioni diverse».

Secondo lei cosa vuole Al Shaabab dal Kenya?

«Creare instabilità nel Paese. Indebolirci dall'interno per fare della nostra terra una provincia della Somalia jihadista».

E di Mohamud Kuno cosa dice?

«Ho iniziato a insegnare a Garissa quando lui se n'era andato ormai da tre anni. Sapere che ha messo in piedi la strage dopo aver lavorato qui è agghiacciante».