In viaggio sul Po, mostro folle e ambiguo. Nemico perfino dell'Unità d'Italia

Nel racconto di Gianni Brera l'amato fiume, le inquietudini e i campi "disegnati"

Alberto Bevilacqua ha scritto il romanzo di Parma, sua città natale, e del fiume Po, subdolo e infido padre (?) di tutti i suoi inquieti rivaioli. Per il vecchio amico A.B. affatico la metafora fino a vederlo emettere, fantasioso filugello, una sottile e a volte preziosa bava d'argento, però su ritmi vagamente nevrotici, dietro a idee improvvise e spesso balzane, in una prosa che si rifiuta ostinatamente alla quiete, e dunque è torrentizia come Po.

Sia che si affacci a riscoprire la sua natia città da una finestra d'albergo, sia che da curioso pellegrino rifaccia itinerari padani vistosamente deformati dalla memoria, A.B. dà qualche volta il sospetto di prenderci un po' tutti per il bavero. La piccola fascinosa città viene puntualmente reinventata anche traverso le immagini di famosi visitatori stranieri, non escluso el scior Giuseppin Verdi, che si diceva lombardo, non emiliano, e infatti andava a Cremona in carrozza a far la spesa. Quanto a Stendhal, secondo il modenese Delfini ha preso a pretesto una piccola capitale sopravvissuta al bel Settecento, però la "Chartreuse" è di Modena, che vanta una cattedrale più insigne. E Dickens ha sentito crepitare i tarli nel desolato silenzio del Palazzo Farnese; né poteva sfidare la pruderie della sua regina con il lubrico ricordo di Maria Luigia d'Asburgo, la duchessa che sfogava sul cavallino arrazzato le voglie malamente represse nel talamo di Napoleone, amatore deficitario.

Intanto lui, A. B., strappa a due mani i ragnateli alleati con gli anni alla polvere del tempo. Unendo capitoli a misura di elzeviro, egli delinea il ritratto d'una Parma che ci impone come sua, magari un po' sinistra, però inalienabile. E quando l'obiettivo si trova a essere in debito di inquadrature degne, subito la sua macchina da presa viene astutamente girata verso una campagna per lo meno immaginaria; non senza precisare, ah bricconcello!, che proseguendo in treno per Milano "i teneri idoli parmensi lasciavano posto a una neutra natura lombarda, che le lampade rincrudivano".

A questo punto si ribella un mio inquilino che subito ridacchia, pensando all'antelami: assunto l'appalto del Duomo e del Battistero (da prefabbricarsi in casa e nelle stalle), i Comacini mandavano a scolpire in loco il più abile di loro, e se ne diceva incantato fra' Salimbene. Perciò non seguo A.B. a Milano, rimango con lui nelle sue fughe scritte. Ho pur detto che quando si scoloriscono gli affreschi sui muri parmigiani lui prende il largo verso le rive di Po. I nomi di quelle terre di bonifica e di golena sono anche nostri, cioè di parte sinistra: e però a una campagna solo immaginata dallo scrittore indigete noi opponiamo terre emerse dalla palude in virtù dei nostri stessi corpi, che infinite generazioni hanno aggiunto all'humus per farlo consistere meglio. I padani della rive gauche, noi sì che abbiamo inventato: abbiamo disegnato i nostri campi in riquadri di pura astrazione geometrica, con lunghi filari di pioppi a reggere le prode dei fossi, a separare i coltivi come quinte.

Contro questa riva costruita soffrendo suole avventarsi Po con astiosa insolenza: per fortuna Io tengono al largo gli affluenti alpini. Ma che succede sull'altra riva? Bevilacqua, lui sente Po come un nume solenne e misterioso, noi come un patrigno infido e violento. Le nebbie dello scrittore sono fiati astrusi, labili pennellate di un diavolo che si configura legami assolutamente irreali: al punto che l'immagine lo fa devoto servitore di se medesima. Cavalli spettrali trascinano baracconi sulla cui poppa tremola un lume rosso. La visione è del tutto favolosa, ma si tenta di accreditarla da un punto di vista eccezionale: le finestre d'un bordello di lusso. La maitresse vi ha collezionato repellenti e insieme fascinosi ritratti di putain merveilleuses.

Qui e non altrove si vorrebbe attraccare, malerbetto!, ma seguire A.B. fino a riva di Po è uno sfizio che non vorrei pagare senza fondate eccezioni. Infatti, il dubbio atroce è che Po non esista se non nelle sue evasioni giovanili. Tremo di superstiziosi - o religiosi? - timori nell'affermarlo: ma Po non è un vero fiume. I vagabondi Unni, non certo i liguri della leggenda, gli hanno trovato il nome; in mongolo e in cinese, Po significa palude: in realtà, è lo scolatoio oggi pigro e avaro, domani travolgente, apocalittico, di quella immensa orma di chiglia che è la nostra valle unica al mondo.

Sulle due rive, quasi identiche golene, ma sulla vostra, A.B., più squallide e desolate per mancanza di degni affluenti. L'argilloso Appennino lesina sorgenti perenni; invece le Alpi nevose alimentano fiumi che per improvvisa rabbia possono spingere Po fuori dal proprio letto: e quello sempre devia, scriteriato animale, impetuoso mostro d'un giorno o anche semplicemente d'un'ora. La sua immane valanga d'acqua si avventa all'ansa e la taglia per dritto: larghe estensioni di boschi e di campagne si trovano di botto da una parte o dall'altra. Le lanche nuove saranno poi colmate dalle sabbie degli affluenti, quasi ad espiare la furia d'una piena mal programmata (da chi?!, da Giove o dalle nostre ninfe bastarde?).

Per rendersi conto delle sue doti inventive, bisogna seguire A.B. dall'albergo-rifugio di Parma all'ansa d'un ricordo che l'enfasi della fantasia dilata a fatto epico. La Sacca di Colorno è in riva a un Mississippi fin troppo di comodo. Ecco infatti una bettolina emergere impensata da una nebbia che è anch'essa di pura invenzione. C'è sopra la maga (andiamo per sagre, dice A.B.: ma i "dì d'la festa" non sono estivi, in Padania?). Quando si munisce di ponti una semplice maona - e sopra uno di quelli vaticina la maga - si può anche far frullare da una torre antica un cervellotico volo di beccacce (rob de matt), si può far crescere a tradimento la montanina ginestra sugli aridi sabbioni d'un fiume che, pur tanto solenne a volte, è per solito una larga via d'acqua senza fondali ragionevoli. E intanto nel bosco di canadesi assolutamente estranei al mito - avanza il toro del sacrificio: improbabili bipedi padani lo vezzeggiano e tentano a inaudite ejaculazioni. Si trattava, allora, di "Una scandalosa giovinezza"; adesso, molto più cauto, A.B. ci descrive tedeschi che ripetono in chiave omosessuale i barbari delle invasioni post-romane.

Oh, intendiamoci: riconoscendo in A.B. un bravo scrittore, neanche lontanamente penso di calunniare un fiume che non esiste. Nella prosaica realtà di ogni giorno, le bettoline si insabbiano puntualmente (in lombardo, ingerass, inghiaiarsi) lasciando il mare e infilando una delle quattro superstiti bocche di Po: pescano solo 70 centimetri a pieno carico: eppure il fiume, che impoverisce dividendosi in più rami, le rifiuta ostinatamente: ecco perché dico che Po non è un vero fiume: è innavigabile sempre: quando erompe la piena (urla l'avrà sentita A.B.? - come una bestia apocalittica), impaurisce chiunque, sconquassa e travolge le barche: quando è in magra, si espande fra i sabbioni come un subdolo Uebi Scebeli dispettosamente tracciato in casa nostra.

Solo studiando Po ho capito perché nel Medio Evo non sia sorta l'Italia. Milano si rassegnava a scarpinare oltre il Penice e i Giovi per trovare alla fine il suo Pireo. Venezia ha ben presto lasciato ai miseri comacchiesi il fastidio di portar su maone inghiaiate ad ogni giro d'acqua. Venezia assalì per secoli Milano quando si accorse che l'industria e l'agricoltura erano meno precarie del commercio con gli infedeli. L'ambiguo padre Po non volle unire le due grandi città del Nord, quando leggi di navigazioni pedane, dubita fortemente: ogni tentativo è sfociato in fallimenti tristissimi.

Parlo, si capisce, con la desolata e un po' sacrilega avversione del figlio tradito. I cittadini di Parma evadono alla Sacca quando il cavallino dello scandalo cessa di stronfiare in affanno sul ventre devastato di Maria Luigia, fatalmente impestata dal Corso (brulicava, ahimè sì, di spirochete). Noi rivaioli autentici guardiamo con occhio torvo, carico di spaventosi ricordi bio-storici, questo fiume sornione e folle che ci erode la terra sotto i piedi. L'instabile giro delle nostre generazioni è agevolmente rapportabile alle piene, spesso rovinose e bislacche. Il filo di corrente sbatacchia da una riva all'altra come in preda a ubriachezza molesta (troppe colline da vino lambisce Po per non trovarsi ormai sbronzo alla piana). Vasti e improvvisi sabbioni si aprono al capriccio delle Oreadi, che ormai commuovono i soli produttori di cellulosa; questi sabbioni sporgono come orli di silicio quarzo e mica ora da una riva miracolosamente privilegiata ora dall'altra, che è stata aggredita ed erosa appena ieri.

Il pittore Giuseppe Motti di Arena Po ribalta i cavalletti degli intrusi che si attentano a usurpare i suoi bianchi assolati, le sue tenere buttine di salice, le oziose lanche d'un verde che non può mai essere azzurro neppure nei quadri. lo mi pregio invece di lodarti, Albertino Bevilacqua, perché da quando ho fatto la dolorosa scoperta che Po non esiste, mi piace molto credere alle tue inesauste fantasie di pellegrino dell'entroterra. E poi mi è caro vedere Angela Schiavi gettare a sorpresa la parrucca della corista e lusingare con voce splendida il figlio di Parsifal. Lohengrin genannt. Mi dicono che al Regio, nel ridotto del loggione, si vendono meravigliose polpette di cavallo. Garantito che una sera, se vuoi, ci andiamo insieme.

23 luglio 1980

Commenti

Giorgio Rubiu

Ven, 05/08/2016 - 18:05

Alcuni anni addietro un guasto alla mia automobile mi vide in contatto con un meccanico di Crespino e,mentre lui provvedeva alla bisogna,si venne a parlare del grande fiume che separava la sua provincia e regione (Rovigo) dalla mia (Ferrara) e,con rimpianto il buon meccanico mi disse che ai tempi dei nostri padri il Po,che adesso è confine,non divideva bensì univa le provincie della riva destra (Emilia) e di quella sinistra (Veneto) in quanto il fiume era via di comunicazione,trasporto,pesca, irrigazione e generava per entrambe il timore di alluvioni devastanti. Modi di vivere e destini comuni che il grande fiume forgiava per gli abitanti rivieraschi.Il nostro Grande Padre che ci accomuna anche nella leggenda di Fetonte.

emigratoinfelix

Sab, 06/08/2016 - 07:54

capita che l'Autore,nel tentativo di ammannirci una prosa ricercata,infarcita di termini a volte aulici,infiocchettata da desuete espressioni ormai lontane anni luce dall'evolversi del linguaggio,ci condanni ad una lettura ostica,artificiale,stucchevole,per certi versi.Esiste a mio avviso la cultura e l'esercizio forzato di uno sfoggio pedante di cio' che cultura vorrebbe apparire.Come in questo caso.Lo affermo senza intento polemico alcuno.Sarebbe il caso di dire:scrivi come mangi....