Il Polo vince anche da solo, l’amara esultanza dell’Udc

Il partito di Casini ha perso 2 punti. I leader non commentano ed enfatizzano il flop di Prodi

Roma - È il giorno dei calcoli incrociati, delle acrobazie numeriche, delle analisi comune per comune e provincia per provincia, da accostare a quelle delle Amministrative del 2002 o alle Politiche del 2006. A Via Due Macelli - dove ha sede il quartier generale dell’Udc - si procede a una frenetica ricerca dello spunto vincente, del risultato locale da cerchiare con la matita rossa e da portare all’attenzione delle agenzie così da scacciare via le ombre di un voto tutt’altro che esaltante.
L’unica certezza è che la tornata delle amministrative non ha regalato al partito guidato da Lorenzo Cesa numeri scintillanti. Sicuramente hanno inciso le liste civiche, la crescita della Nuova Dc di Gianfranco Rotondi, l’onda lunga leghista al Nord. Ma nel partito, al netto delle attenuanti generiche, la delusione per un risultato inferiore alle aspettative è palpabile. Non è un caso che Pier Ferdinando Casini per tutta la giornata scelga il silenzio ed eviti di commentare l’esito elettorale. E che Lorenzo Cesa preferisca spostare l’inquadratura verso quella che definisce «una sonora bocciatura del centrosinistra, del governo e del Partito democratico. Ma anche una forte avanzata del centrodestra e dell’Udc». Il tutto accompagnato da una richiesta: «Chiedo ai moderati della coalizione, Rutelli, Mastella e Di Pietro, di assumere l’iniziativa, guardare in faccia la realtà e aprire una nuova stagione di governo e una nuova fase nella politica italiana».
D’altra parte il dato numerico nelle sette province in cui si è votato parla di un Udc al 4,58% rispetto al 6,50% conseguito dai centristi, nelle stesse sette Province, alle scorse Politiche. E Gianfranco Rotondi fa notare come la Nuova Dc, nei cento comuni in cui si è presentata con la propria lista, abbia conseguito circa 42mila voti contro i 120mila ottenuti negli stessi comuni dall’Udc, con un 2% contrapposto al 6% del «fratello maggiore». Una distanza non abissale che illustra con chiarezza la crescita del partito nato da una costola di Via Due Macelli. In questo scenario non manca qualche malumore coltivato dagli alleati per la sconfitta di alcuni candidati espressione dell’Udc. C’è il caso de L’Aquila dove Maurizio Leopardi si è fermato al 31,6%, in un contesto obiettivamente difficile. Quello di Frosinone dove Adriano Piacentini si è attestato su un deludente 36,2%. E ancora la complessa vicenda di Agrigento dove Marco Zambuto, ex segretario provinciale dell’Udc sostenuto dall’Unione (ma anche da Francesco D’Onofrio), ha ottenuto un grande successo personale sottraendo la città al centrodestra. Ottiene un risultato pari al 5,8%, Davide Arri, che ha corso da solo ad Asti sotto la bandiera del partito di Casini. Nella cittadina piemontese, però, si è affermato al primo turno Giorgio Galvagno, candidato di Forza Italia, An e Lega. Un successo netto che ha dato sostanza allo spettro più temuto dai centristi: la capacità del centrodestra di vincere anche senza l’apporto dell’Udc.
In questo panorama costellato da parecchie zone d’ombra, Francesco Pionati si consola mettendo l’accento sul buon risultato conseguito al Sud. «I risultati dell’Udc nel Mezzogiorno confermano una forte crescita del partito. Dopo la Sicilia è un dato che incoraggia il radicamento del Partito in tutta quell’area». Pionati individua due effetti immediati nel voto: «Uno schiaffo al governo e il de profundis del Partito democratico. Ora per il centrosinistra si apre la fase più drammatica». Per il momento, però, la linea centrista non cambia, nonostante la Casa delle libertà abbia dimostrato vitalità, capacità di aggregare consenso e soprattutto di vincere. A Via Due Macelli sostengono che il governo, per quanto traballante, potrà cadere solo attraverso una implosione. Inutile quindi alimentare il mito della spallata. Una convinzione che, per il momento, sembra fare a cazzotti con il vero messaggio di questa tornata di amministrative: la vittoria dei partiti, Forza Italia e Lega in primis, che hanno imbracciato l’arma dei toni forti e della contrapposizione frontale e senza ambiguità al governo di Romano Prodi.