Via Poma: Pietrino Vanacore non ingerì veleno prima di togliersi la vita

È l'esito della perizia consegnata dal medico legale al pm di Taranto che indaga sulla strana morte dell'ex portiere di via Poma, il cui cadavere è stato trovato lo scorso marzo in mare in meno di mezzo metro d'acqua e una caviglia agganciata con una fune ad un albero

Pietrino Vanacore si tolse la vita annegando in non più di mezzo metro d'acqua, ma lo fece senza prima ingerire veleno o assumere farmaci di alcun tipo. La perizia che il medico legale Massimo Sarcinella ha consegnato al pm di Taranto Maurizio Carbone - che indaga ipotizzando il reato di istigazione al suicidio sulla morte dell'ex portiere dello stabile di via Poma dove nell'agosto del 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni - non aiuta a capire come abbia fatto Vanacore a suicidarsi con modalità così strane. Il suo cadavere fu trovato il 9 marzo scorso a cinque metri dalla riva nel mare davanti alla località «Torre Ovo», vicino Torricella, in provincia di Taranto, dove il custode viveva da anni con la famiglia: una caviglia era agganciata con una fune ad un albero e lo specchio d'acqua dove ha scelto di morire era davvero poco profondo. Nell'auto di Vanacore, oltre a tracce di un anticrittogamico, fu trovata una bottiglietta di antigelo. Si pensò che potesse aver ingerito parte di queste sostanze per stordirsi e resistere più facilmente allo spirito di sopravvivenza. Ma l'autopsia ha dimostrato che l'ex portiere non aveva assunto veleni. Ora il magistrato assegnerà una perizia grafologica sui biglietti d'addio trovati in macchina il giorno del ritrovamento del cadavere. Messaggi piuttosto espliciti sul suo stato d'animo alla vigilia della sua testimonianza davanti alla Corte d'Assise di Roma che sta processando per la morte della Cesaroni l'ex fidanzato della ragazza, Raniero Busco. «Vent'anni di persecuzioni: sono stanco delle angherie», ha lasciato scritto l'ex portiere. E ancora: «Vent'anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio». Antonio De Vita, l'avvocato che lo ha seguito in tutte le fasi delle indagini, commenta così l'esito della perizia: «A questo punto è certo: il suicidio è stato scatenato da un certo tipo di veleno che una persona come Pietrino Vanacore aveva dentro di sè e che non aveva necessità di ingerire. Effettivamente quello di oggi è un dato tecnico che in un certo senso conforta la tesi dell'evento volontario naturale inteso come atto di depressione indotto da uno stato ossessivo che Vanacore ha detto di più volte di vivere».