Il popolo ambientalista si dedichi a obiettivi pratici

Il governo dovrebbe farsi carico del problema dei rifiuti di plastica. La raccolta differenziata, il riciclaggio (ma in quale misura è possibile?) e lo smaltimento nei termovalorizzatori rappresentano solo una parte della soluzione. Oltre a smaltire la plastica nel modo migliore, bisogna cercare di produrne di meno. Se i comuni certificassero l’acqua potabile erogata dagli acquedotti e se ci fosse una campagna di sensibilizzazione condotta su tv e giornali, si berrebbe più acqua di rubinetto, con grandissimo beneficio per l’ambiente, dal momento che le bottiglie di plastica rappresentano gran parte del totale dei rifiuti della nostra società consumistica, che, consumando l’ambiente, finirà per consumare anche se stessa.


La plastica è una gran cosa, pensi solo, caro Valentini, al suo utilizzo nel campo medico-chirurgico e alle vite che ha salvato. L’industria, il commercio e il semplice cittadino non ne potrebbe fare a meno, questo è certo. Però si è finito per abusarne. Non si tratta tanto del problema, da lei sollevato, delle bottiglie di acqua minerale: sono tante, sono milioni perché ne è altissima la richiesta (siamo i maggiori consumatori d’acqua minerale) e questo pur essendo noto che quella del rubinetto è acqua potabilissima, più che «certificata» e controllata pressoché ogni giorno. Può, talvolta, avere un leggero odore di cloro. Ma essendo il cloro un gas volatile, basta lasciarla mezz’ora in una caraffa che l’odore sparisce. Io faccio così. A creare enormi stock di plastica, molto laboriosi da smaltire, sono innanzitutto i pannolini usa e getta per i bambini, gli shopper - le buste di plastica, per intenderci -, la pellicola di polietilene della quale si fa grandissimo uso in cucina e il confezionamento di molti prodotti, quello che si chiama packaging. Tutte cose non strettamente necessarie alle quali, con un po’ di buona volontà, potremmo rinunciare o comunque grandemente ridurne l’uso.
Salvo in viaggio o in situazioni di emergenza i pannolini possono essere infatti sostituiti con i tradizionali «triangoli» e «sorrisi» di cotone (certo, bisogna lavarli, ma per salvare il pianeta...); gli shopper con la classica sporta di corda o di cuoio; la pellicola di polietilene con gli appositi contenitori studiati proprio per il frigorifero e, quando ciò che vi si involta è da asporto, con un foglio di carta oleata; il packaging, spesso smisuratamente più grande dell’oggetto contenuto, con una confezione sobria e non così sovrabbondante di plastiche dure. Ma perché devo essere io a ricordare certe cose? Dove sono gli Al Gore, dove i Pecoraro Scanio, dove il popolo ambientalista, alteromondista, equo e solidale, paladino dello sviluppo consapevole e sostenibile? Dove sono: lo sappiamo bene, caro Valentini, sono lì a menarla col buco nell’ozono, con la desertificazione, col Polo che doveva sciogliersi d’un botto proprio in questo piovoso agosto, coi gas serra, col Protocollo di Kyoto. Con i problemi siderali, con le proiezioni matematiche, invece di occuparsi di cose pratiche, di obiettivi perseguibili. Dimostrando così - ma non c’era certamente bisogno d’una prova in più - la loro ipocrisia e scandalosa malafede.