Portiere di notte in salsa cinese con sesso esplicito

<strong>LA CRITICA DI MAURIZIO CABONA </strong>Ang Lee mette in scena la versione cinese del Portiere di notte. Ma al Lido non si parla dell'insolito punto di vista scelto dal regista

Lust, Caution («Attenti al piacere») di Ang Lee è la versione cinese del Portiere di notte. Ministro del governo di Nanchino, insediato dai giapponesi, il cattivo del film di Ang Lee - in concorso alla Mostra - ne è in realtà l’eroe e perfino chi gli si dà per spiarlo presto se ne innamora.

Ma al Lido del film non si parla dell’insolita angolazione; si parla dell’approfondita penetrazione, senza la quale il film funzionerebbe lo stesso. Funzionerebbe meglio, poi, con una più attenta ricostruzione: la Shanghai giapponese (dicembre 1941-agosto 1945) è troppo prospera, fra insegne dei negozi e abiti dei passanti freschi rispettivamente di falegname e di sartoria.

Lo spettatore poi si chiederà che ci facessero là - nel quartiere del Bund - tanti europei in quegli anni. Ebbene, o vi abitavano da decenni, come gli esuli russi, o, come gli esuli tedeschi e italiani ebrei, vi erano arrivati nell’ultimo periodo.

Chi giudica i film secondo qualità, non secondo quantità di divi, pubblicità e soprattutto lunghezza, in questo caso, si chiederà perché ad Ang Lee occorrano oltre due ore e mezza per far fallire una cospirazione e far riuscire una seduzione. Mentre chi ha nostalgia della Shanghai bellica - intravvista e amata nell’Impero del sole di Spielberg - noterà che l’incantevole esordiente Tang Wei dà davvero molto a Tony Leung. Però lei è, per bravura e per disinvoltura, una folgorazione; e lui si conferma grande attore non solo nelle varie scene di eterosesso reale, dopo quelle - di omosesso sempre reale - in Happy Together di Wong Kar-wai. Leung in grisaglia con panciotto è un misuratissimo Heydrich d’Estremo Oriente.

Dato allo sguardo - come essere spettatore senza esser guardone? - quel che gli spetta, Lust, Caution è un esempio di buon cinema a sfondo storico, tratto com’è dal racconto - considerato autobiografico - di Eileen Chang. Originario di Taiwan, Ang Lee ha potuto realizzare un film così fuori dagli schemi solo dopo aver vinto non tanto il Leone d’oro alla Mostra, quanto l’Oscar per il miglior film con Brokeback Mountain. La solidità professionale e il prestigio internazionale acquisiti gli hanno offerto l’occasione di ricordarsi d’essere un cinese e un cinese che ha ricordi quasi diretti - Taiwan è stata giapponese fra il 1895 e il 1945 - dell’occupazione militare.

L’assenza di ogni traccia di politicamente corretto è il vero dato importante del film. E questa libertà di autori oggi se la possono permettere solo i cinesi, quale ne sia il riferimento politico, perché non sono stati ancora omogeneizzati. Pare strano scoprire fra quei lontani meridiani la propria libertà, ma è così. E il contrasto con gli schemi ossessivi di altre cinematografie, soprattutto quando affrontano certo passato, è impressionante.