Il posto in banca e alla scrivania

Non c’è che dire: per amare incondizionatamente Wodehouse, bisogna starci, leggere i suoi libri e basta, godere del molto di buono, per non dire geniale, che vi si trova, e passare sopra a quello che può non piacere. Inutile chiedersi quale sia il segreto della sua bizzarra personalità, inconsistente e monolitica allo stesso tempo, o cercar di spiegare il rapporto tra l’uomo e l’opera, eternamente infantile l’uno, volutamente tale l’altra. E occorrerà sbarazzarci subito della sciagurata vicenda che avrebbe rappresentato una sorta di spartiacque, o una macchia, nella sua fama futura.
Nel maggio del ’40, mentre, con la moglie e i suoi cani, villeggiava nella cittadina balneare di Le Touquet, i tedeschi della Francia occupata lo prelevarono e lo spedirono in un campo d’internamento nell’Alta Slesia («Se questa è l’Alta, immaginiamoci quella Bassa», disse Wodehouse, incapace di prendere atto seriamente della realtà, vedendola sempre come gioco e come destino). Dopo qualche mese, egli fu liberato e indotto a indirizzare, via radio da Berlino, una serie di trasmissioni ai suoi amici d’America, diventata sua seconda patria. Tanti altri prigionieri inglesi l’avevano fatto. Alla propaganda nazista bastava che raccontassero com’era la vita al campo e che la dignitosa prigionia di guerra che essi testimoniavano in buona o mala fede servisse a coprire il resto.
La celebrità di Wodehouse, che era già noto in tutto il mondo per il suo Psmith, per Bertie Wooster e l’impareggiabile Jeeves, giocò contro di lui: anche se le sue trasmissioni furono asettiche e “spiritose”, non capì allora e non capì mai per il resto della vita «l’insensatezza odiosa e persino la stupidità», come ha scritto di recente un suo biografo, di consentire di essere associato a quelli che furono veri e propri traditori. A bollare il «nazista» Wodehouse, «tirapiedi di Goebbels», fu poi il fatto che per il resto dell’occupazione tedesca egli fu ospitato all’Hotel Bristol di Parigi, dove stavano i collaborazionisti francesi, belgi e olandesi. Alla fine della guerra, il governo francese, dopo averlo tenuto al fresco per un po’, lo sciolse da qualsiasi addebito, e nel ’47 Wodehouse tornò in America praticamente per sempre, fino alla morte avvenuta nel 1975, a novantaquattro anni.
È probabile che egli sia rimasto fanciullo sino alla fine. Pur apprezzando il denaro (e fuggendo le tasse), pur amando i successi e i riconoscimenti (dottore honoris causa a Oxford nel ’39 e solo nel ’75, si può dire alla vigilia della morte, la nomina a Lord, che sanciva il “perdono” inglese), pur essendo sempre stato un autore furbesco e scafato, capace di imbrogliare “adattando” copioni di musicals a romanzi, e romanzi a copioni, egli non era mai deviato da un candore tenace e sconcertante, troppo rettilineo e spontaneo per essere artefatto. Allo stesso tempo, per le imperscrutabili vie che la personalità umana talvolta intraprende e le attitudini che essa sviluppa, Wodehouse aveva depositato in migliaia e migliaia di pagine quella brillantezza di linguaggio e di stile che pare non essere più del semplice umorista, ma quasi dell’inconsapevole semiologo che gioca con le parole.
È certo questa peculiare qualità che ha attirato generazioni di lettori, e che ha stabilito, con fasi più o meno accentuate, la sua fortuna anche editoriale. Guanda, che enumera nel suo catalogo diversi titoli della saga Blandings Castle e ha pubblicato di recente le spassose Gesta di Psmith, manda ora in libreria Piccadilly Jim (pagg. 256, euro 14,50). Nel frattempo, l’editore Marco Polillo vara l’impresa di pubblicare tutti i “Jeeves” secondo il loro ordine cronologico di composizione, ed ecco allora sui banchi del libraio i primi tre: Grazie, Jeeves (pagg. 282, euro 12,40), Perfetto, Jeeves (pagg. 304, euro 12,90), e Il codice dei Wooster (pagg. 318, euro 12,90).
Piccadilly Jim è del 1917 e i tre “Jeeves” citati, che segnano la consacrazione del personaggio, sono della metà degli anni Trenta. Ebbene, è interessante notare come in Piccadilly Jim vi sia, ancora un po’ sfuocato, un Jeeves in nuce, che si chiama Bayliss, così come un Jeeves era comparso ancor prima in L’uomo dai due piedi sinistri. Il fatto era che Wodehouse, memore fin dalla scuola di Plauto e Terenzio, inseguiva, del tutto istintivamente e senza programma, un suo filo della fantasia che aveva alla base l’eterno rapporto tra servo-furbo e padrone-sciocco, che egli traspose infine nella coppia composta da Bertie Wooster, giovane aristocratico dalla sconcertante ottusità, campione negativo e oseremmo dire demenziale di una società edoardiana scomparsa, ormai astrattizzata, e da Jeeves, non propriamente un maggiordomo, ma qualcosa di più e di diverso, un gentleman’s personal gentleman, dal giudizio impeccabile e arguto, un servo, sì, ma più aristocratico del suo aristocratico padrone, e un uomo che si pone come vero depositario di uno stile morale e comportamentale che l’aristocrazia ha forse perduto per sempre.
Vi è quindi un messaggio, una denuncia sociale, nelle storie di Wodehouse che dovrebbero essere tutte e solo da ridere? Un giudizio di sospensione s’impone, poiché è possibile che un simile intento sotterraneo non abbia neppure sfiorato la mente dell’eterno fanciullo Wodehouse. Egli era però un gran lavoratore. Trascorse gran parte dei suoi novantaquattro anni seduto a tavolino a battere personalmente a macchina i suoi novantatré romanzi, i testi dei musicals, delle commedie e delle sceneggiature prima a New York e poi a Hollywood. Seppe rimanere sempre sorridente e gentile. Neppure il progetto d’inventare un sistema per attaccare l’uno all’altro i fogli che dovevano entrare nella macchina per scrivere poteva dirsi l’idea di un “culo quadrato” forsennato e bilioso. La sua buona disposizione d’animo non aveva incrinature, e il suo candore era pari alla sua asessualità, che sua moglie per tutta la vita seppe rispettare.