Powell, nuovo re dello sprint belva in pista, timidone fuori

Riccardo Signori

«Se ce l’hai vicino ai sessanta metri, preparati a perdere la corsa». Stephen Francis è l’uomo che ha scoperto e svezzato Asafa Powell, l’ultimo simbolo degli uomini jet, uomo record per molti versi: dall’età alla velocità. Francis è l’allenatore che lo ha scoperto quasi per caso («Gareggiava per un college che nell’atletica valeva niente. Non ci avevo fatto occhio»), è il tecnico che si arrampica sugli alberi per studiarne meglio la corsa dall’alto, e che spesso non ha gradito il suo carattere indeciso tra l’essere timido e l’essere molle. «Bisogna spingerlo sempre, per molto tempo si è comportato come un bebè». Immediato come un record, lapidario come un testo sacro, Francis non ha perso tempo a descrivere l’effetto Powell, quello che l’ha spinto nell’olimpo dei padroni dello sprint. Se non corre in pista è difficile che Powell cerchi qualcosa per farsi notare. Vince la timidezza. Ma quando scatta diventa una belva. E devasta. L’altra sera non è stato soltanto l’uomo più veloce dei 100 metri, ma anche l’atleta che ha battuto il record di velocità pura: Maurice Greene aveva corso ad Atene i primi sessanta metri a 47 km all’ora, lui ha fatto di tutto e di più: 48 km all’ora. Ecco perchè se te lo trovi vicino ai 60 metri sei un uomo finito.
«Ma c’è di più», ha spiegato proprio Greene, felice di aver rivisto il primato fra le mani di un atleta vero e non di un manichino da laboratorio(vedi alla voce Montgomery). «E’ stato impressionante perchè ha realizzato il record da solo. Il secondo ha corso in 9“99, non l’ha certo aiutato a spingere. Chissà mai cosa gli riuscirà quando troverà qualcuno che lo impegnerà». A 22 anni e sette mesi, Powell è più forte di Greene, non solo per il tempo realizzato. Alla stessa età la palla di cannone di Kansas City correva in 10“08, Lewis in 9“97, Calvin Smith era più giovane di due mesi quando fece il record del mondo(9“93), Jim Hines più giovane di sei mesi quando corse in altura nel 1968, Gatlin l’anno passato gli è stato sotto di otto centesimi.
Powell ha tutta l’aria di poter lasciare un segno pesante nella storia dello sprint. C’è chi dice somigli a Owens nella corsa, chi gli vede il fisico di Ben Johnson sopra un vitino di vespa, chi ne paragona la partenza nuova formula, a testa bassa, a quella di Greene, chi ne indovina la falcata elegante di Lewis.
Freccia nera come tanti, Asafa entra nella scia dei grandi giamaicani: Don Quarry che mai realizzò un record solitario, riuscì solo ad eguagliarlo (9“9 nel 1976), Ben Johnson nato in Giamaica, benchè divenuto canadese ed eliminato dalla tabella dei record per doping, Lindford Christie, inglese con origine caraibica. E’ il segno del potere ed anche di un sangue che non mente. Nella storia del primato ci sono stati pochi altri atleti più giovani di questo giamaicano tranquillo, studente in medicina. Jesse Owens aveva soltanto qualche mese in più ma un palmares migliore. Powell non aveva storia (a Parigi venne squalificato, ad Atene è arrivato quinto) come Leroy Burrell e come Calvin Smith.
I confronti si sprecano, ma ieri il nostro ha compiuto un’altra impresa. Ha guadagnato un bonus di 100mila euro ed è riuscito a far parlare di sè perfino Francesco Totti. Asafa è tifoso della Roma e del suo capitano e il Pupone ha contraccambiato facendogli i complimenti. Naturalmente quando gli hanno spiegato che quel record non era una barzelletta.

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