Prandelli: "Ho sbagliato per troppa riconoscenzaMa adesso cambiamo"

"Non ho voluto lasciar fuori chi ci aveva portato fin qui. Il nostro è un Paese vecchio, i giovani vogliono novità"

Cracovia - Potenza di un applauso. Sincero, spontaneo, prolungato, firmato a Cracovia prima di quelli ricevuti a Roma, all'arrivo. Tutti in piedi nella sala di casa Italia per l'arrivo del Ct finalista dell'europeo. «Prima di arrivare qui non avevo pensieri belli, adesso mi sono tornati. E per la prima volta in vita mia mi capita di ringraziare i giornalisti». Ecco come finisce l'europeo di Cesare Prandelli, il primo, cominciato con una spina nel cuore («gli attacchi alle mie convocazioni non perché avessi chiamato tizio o caio, ma perché portavo mio figlio che è un professionista, bravo nel suo lavoro e che per venire qui ha saltato le ferie!»), e concluso da un sorriso pacificatore. Oltre che dal riconoscimento dei meriti dei campioni: «Hanno due blocchi su cui lavorare, ma la loro superiorità è stata piena». Anzi, risulta esaltato da una confessione che ha il sapore di una vera concessione alle critiche peraltro non mancate per la preparazione della finale di Kiev. «Mi considero bravo per aver resistito a pressioni e a tensioni, mi sono concentrato sul mio lavoro di allenatore, mi considero meno bravo perché avrei dovuto rinfrescare la squadra per la sfida alla Spagna invece che farmi guidare dalla riconoscenza. Non me la sono sentita di lasciare fuori coloro i quali mi han portato fin qui» è la spietata analisi sul passo d'addio dell'Italia a Euro 2012 macchiato dai 4 gol ma in particolare dal cedimento fisico e muscolare avvenuto tra Chiellini e Thiago Motta. Capitò anche a Sacchi a Pasadena '94 con Roberto Baggio in campo ferito e ridotto al 10%.
Alla fine resta un solo rimpianto, non un rimorso. «Non aver avuto due giorni in più di riposo per preparare meglio la finale», la chiosa di Prandelli che si stempera nella soddisfazione di aver riportato la Nazionale al centro del calcio e i tifosi nelle piazze del Belpaese. «La generosità è il tratto distintivo che voglio segnalare»: anche qui la sintonia con la lettera di Napolitano è spontanea, per niente ricercata.

Potenza di un applauso. Che riesce a cancellare ogni censura, ogni titolo fellone caduto in testa dopo la finale per rilanciare la bellezza dell'europeo giocato e la conquista di lodi e complimenti, mai collezionati in così industriale numero da quando la Nazionale è in giro per il vecchio continente. «La partita esemplare è quella con l'Uruguay: allora ricevemmo dai tecnici le lodi e incassammo invece in casa nostra molte critiche» la finestra aperta da Prandelli sul passato che non torna e che non conta più. Ma anche sull'esito dell'europeo. «Non siamo ancora pronti per vincere, quando lo saremo lo faremo in modo stabile e per molto tempo. Oggi non siamo ancora pronti» è l'altra confessione molto onesta. «Altrimenti andremo avanti ad alti e bassi» la riflessione. Dpo la “derrota infernal“ di Kiev, il dado è tratto. Prandelli ha scelto di restare in Nazionale. «Senza dettare condizioni, non l'ho mai fatto» la precisazione. Dopo un lungo e franco colloquio con Abete, Albertini e Valentini la troika presente a Cracovia dall'inizio alla fine dell'europeo. Ma non a scatola chiusa. Perché l'accordo, alla luce del sole, è stato il seguente. «Se vedo che entro 8 mesi le cose non cambiano, allora potrei fare un'altra riflessione», l'appuntamento fissato dal Ct con la valigia richiusa, per il momento. Può diventare anche un ultimatum a leggerlo tra le righe.
Già allestire la prossima amichevole, il 15 agosto, con l'Inghilterra è una dimostrazione degli evidenti contrasti. «La supercoppa d'Italia si gioca il 12 agosto a Pechino, noi il 15: come si fa così?» la riflessione amara. Bisognerà inventarsi una Nazionale nuova di zecca, senza juventini, che sono poi lo zoccolo duro, e senza nemmeno i napoletani. Anche lui, Prandelli, ha ricevuto qualche telefonata, da Fabio Capello la prima, oltre che la visita di Mino Favini, vecchio maestro del settore giovanile, venuto da Bergamo per onorare una vecchia promessa. La conclusione non può che essere una. Che riguarda il calcio ma in controluce l'Italia.
«Il nostro è un paese vecchio, che pensa in modo vecchio, che ha vecchi schemi. C'è una voglia matta di cambiamento, noi lo abbiamo incarnato, perciò abbiamo raccolto l'adesione dei giovani» sembra il discorso alla Nazione più che l'ultima conferenza stampa prima di andare in ferie a recuperare energie ed entusiasmi mai sopiti. Con Pirlo e Buffon, sicuri di restare. «Me lo hanno ripetuto loro» l'assicurazione. E negli occhi alcune immagini. «Tipo l'abitudine di andare a salutare la panchina avversaria prima di ogni partita». Oppure quel tenerissimo colloquio con Balotelli in lacrime sul prato di Kiev.