Il precettore illuminato

La sberla della duchessa e la satira sulla nobiltà viziata

Fu un uomo probo, eppure tradì la fiducia che gli era stata accordata divulgando pettegolezzi appresi per ragioni del suo ufficio.
Diciamo subito, per tentarne la difesa, che ebbe vita tanto grama da giustificare i rancori plebei cui deve la fama. Decimo rampollo di poveri brianzoli, rimase figlio unico per la morte precoce dei fratelli. Fu allora spedito a Milano a studiare e allocato presso una prozia novantenne. La donna morì due anni dopo, lasciandogli come eredità immediata «un materasso a scelta» e un piccolo peculio «se fosse diventato prete». Il Nostro, per sbarcare il lunario, fu costretto a barcamenarsi a scapito degli studi che completò in dodici anni, anziché in sette come di regola.
A 21 anni fu colpito da un’artrite alla gamba che lo afflisse poi tutta la vita. Con il tempo, la malattia lo rese quasi infermo e gli accadde spesso di cadere mentre si avventurava per le strade della città. Milano, in quella metà del Settecento, era già quasi una metropoli brulicante di gente e di cocchi al galoppo. Ogni volta che cascava a terra, il pover’uomo suscitava le risa dei monelli. Ma non mancava mai un premuroso cittadino che, riconoscendo il «vate», lo aiutava a rialzarsi e riaccompagnava a casa. Questa avventura, sempre eguale, si ripeté tante di quelle volte che il malfermo finì per comporre un poemetto che intitolò, appunto, La caduta: «Quando Orion dal cielo/ declinando imperversa...».
A 25 anni, il Nostro prese gli ordini, ereditando il legato della prozia. Ma, poiché era poca roba, dovette cercare un impiego per mantenersi. Lo trovò come precettore dei figli dei duchi Serbelloni. Era questa una delle più cospicue famiglie cittadine, ma molto chiacchierata per una faccenda boccaccesca. La duchessa Maria Vittoria, nata Ottoboni, era infatti l’amante di Pietro Verri, un giovanotto ancora di belle speranze, ma destinato a diventare una stella dell’Illuminismo meneghino. La nobildonna era, a sua volta, un’adepta fervente della nuova filosofia. Fu così che l’abate, sistemandosi in casa dei duchi, entrò anche nella cerchia degli intellettuali progressisti della città.
Il Nostro restò otto anni presso i Serbelloni. Ebbe dunque modo di osservare i costumi della nobiltà e, dati anche i suoi umili natali, ne ebbe una cattiva impressione. Vide che basavano la loro pretesa superiorità unicamente su un presunto sangue blu dovuto alle antiche origini. Per il resto, erano invece ottusi, incolti e arroganti. Trasfuse le sue riflessioni in un Dialogo sulla nobiltà che lesse davanti all’Accademia dei Trasformati, presente anche la duchessa Serbelloni. Un’operetta in stile volterriano, in cui un immaginario Poeta «illuminato» metteva con le spalle al muro uno sprovveduto e altrettanto immaginario Nobile, con argomentazioni tipo: «Forseché il vostro sangue non è, così come il nostro, fluido e vermiglio?»; «Non sono io forse stato generato e partorito alla strettissima foggia che il foste voi?». La lettura ebbe successo. Ne fu entusiasta soprattutto la duchessa, cui piaceva mostrarsi aperta e indifferente ai privilegi di casta. A non digerire invece l’exploit, fu il duca che però fece buon viso per non alienarsi definitivamente la vivace consorte.
Fu così che il precettore restò dai Serbelloni anche dopo che i figli dei duchi furono mandati a Roma a studiare. Ma un episodio di lì a poco provocò la rottura. La duchessa in un impeto d’ira dette una sberla alla figlia di un sottoposto - il maestro di musica - suscitando lo sdegno e la solidarietà di classe dell’abate. Senza profferire verbo, il Nostro fece fagotto e dalla magione di Gorgonzola, dove era avvenuto il fattaccio, se ne tornò a Milano. La lunga convivenza era finita e l’ex aio trovò una nuova occupazione come insegnante in una scuola religiosa.
Nei ritagli però, si buttò a capofitto nella mala azione cui abbiamo accennato all’inizio. Identico a quegli infedeli maggiordomi inglesi dei giorni nostri che, usciti da Buckingham Palace, rivelano l’intimità degli Windsor, il Nostro scrisse un poema sui vizi dei Serbelloni. Lo spacciò per una satira sulla nobiltà in generale, in chiave democratica e illuminista. In realtà, mise in piazza i difetti degli stolidi giovanetti di cui era stato precettore e dei vanesi genitori che lo avevano nutrito e remunerato per quasi due lustri.
La malalingua morì a 70 anni senza pentirsi, povera in canna com’era nata.
Chi era?