Predicò la carità ma tifando per la guerra

Il conte Alessandro Manzoni aprì con cautela la porta e entrò nella stanza del patrizio trentino. Gli amici gli andarono incontro in silenzio, conducendolo al capezzale. L’infermo voltò il capo e riconobbe il romanziere settantenne. Lo sguardo ne fu illuminato. Gli afferrò la mano che si divincolava e la baciò. Manzoni, confuso, si chinò sul letto e, con l’altro che cercava riluttante di sottrarsi, gli baciò i piedi. «Stavolta la vince, perché non ho più le forze», mormorò il malato arrendendosi alla dolce violenza.
Il gruppetto dei presenti non poté trattenere le lacrime mentre il riverbero del lago spandeva nella stanza una luce paradisiaca. Piangeva anche il cinico Nicolò Tommaseo. Figurarsi Gustavo di Cavour (il fratello pio e clericale di Camillo) e il filosofo Ruggero Bonghi che, devoto del sant’uomo, aveva trascorso due anni nella comunità di Stresa. Il Nostro morì poche ore dopo, stroncato a 58 anni da una malattia del fegato. Manzoni celebrò in diverse lettere «l’uomo incomparabile», il conte Camillo di Cavour ne annunciò all’Europa la scomparsa come un lutto nazionale. Il defunto fu sepolto in loco, nella Chiesa dell’Istituto della Carità. Lì giace tuttora, 151 anni dopo, la tomba arricchita dalla statua che lo ritrae com’era essenzialmente vissuto: in ginocchio con un libro in mano, assorto in meditazione.
«Dotto fin dalle elementari, pio fin dal battesimo», scrive un suo biografo di lui. Nacque un anno prima di Giacomo Leopardi e ebbe, almeno da un punto di vista esteriore, un’adolescenza simile alla sua. Rampollo di una stimata nobiltà provinciale, crebbe nel più nobile palazzo cittadino, con un’ampia biblioteca che fu la palestra del suo ingegno. Come Leopardi tendeva all’arzigogolo e alla solitudine. Ma tanto quello era triste e umorale, tanto l’altro era sereno e equilibrato. Diversissimo poi, l’ambiente storico-politico. Stagnante quello papalino del recanatese, anche troppo effervescente quello dell’enclave trentina in cui il Nostro crebbe. Alla sua nascita, la città, tradizionalmente legata a Venezia, era in mano all’Austria. Di lì a poco passò alla Baviera, poi al napoleonico Regno d’Italia, per tornare, tra mille vicissitudini, definitivamente alla Corona asburgica. Uno sballottamento che generò nel giovanetto, che si sentiva italiano, il tarlo dell’irredentismo.
Ebbe precoce vocazione religiosa. La bambinaia, accortasi subito di avere a che fare con un santo, ne conservò devotamente i vestitini a mo’ di reliquie. Il gioco preferito del fanciullo, nel parco della sua villa, era quello dell’eremita. Costruiva cellette di frasche e costringeva gli amichetti, con un pizzico di pia tirannia, a fingersi anacoreti della Tebaide.
A 23 anni fu consacrato sacerdote. Già si era fatto un nome tra teologi e filosofi, quando a 28 anni sparì improvvisamente. Si seppe poi che si era rifugiato in solitudine sul Monte Calvario di Domodossola per scrivere la Regola del suo Ordine religioso, l’Istituto della Carità. Ordine di cui in partenza fu l’unico componente e a cui solo l’anno dopo si unì il monaco lorenese Loewenbruck. Regola stranissima fondata sulla carità e il totale abbandono agli eventi. La specialità dell’Ordine, fu detto, è non avere alcuna specialità.
Uscito dal romitaggio, il Nostro andò da Pio VIII per farsi approvare l’Istituto. Il papa gli disse: «Ella deve attendere a scrivere libri e non occuparsi della vita attiva. La Chiesa ha bisogno di scrittori che possano farsi temere». Era un invito a non impegolarsi nell’erezione di un ordine monastico. Ma il chierico finse di non capire e si limitò ad annoverare lo scrivere libri tra i rami della carità del suo Ordine, al fianco dell’assistere gli infermi, visitare i carcerati, convertire, ecc.
L’imposizione del papa di scrivere libri fu fatale al giovane prete. Ne sfornò anche troppi. Creò una filosofia tomistico-kantiana considerata panteistica che gli mise contro preti, Gesuiti e l’abate Gioberti. Scrisse saggi politici neoguelfi in favore di una Lega italica guidata dal pontefice. Ne scaturì una polemica con Gioberti, che sosteneva la stessa tesi e pensò a un plagio. Poi i due si rappacificarono sulla Lega, ma restarono inconciliabili sul presunto panteismo. Ormai impelagato con la politica risorgimentale, il Nostro accettò dal Piemonte la missione di convincere il nuovo papa a combattere l’Austria con le armi. Di fronte a Pio IX incerto, il prete della carità si trasformò in guerrafondaio per amore dell’Italia. «Il principe cristiano a cui la Nazione guarda - disse al pontefice -, non può rinunciare alle armi per spirito di mansuetudine». Il papa fece lo gnorri. Si divisero ulteriormente per il governo di Roma, su cui Pio IX voleva esercitare il pugno di ferro, mentre il filosofo auspicava più democrazia. La missione fallì in tutto.
La Chiesa punì questo figlio troppo fervido mettendone all’indice 40 proposizioni e due opere intere. Il Nostro fece subito atto di sottomissione e si ritirò nella Casa generalizia dell’Ordine sul Lago Verbano. Ma, perseguitato dai Gesuiti anche da morto, la causa della sua canonizzazione è tuttora impantanata.
Chi era?