La pregiudiziale a rovescio dei Ds

Fabrizio Cicchitto*

Il dato politico di fondo che ha caratterizzato la vicenda politica che va dall’elezione dei presidenti di Camera e Senato all’elezione del presidente della Repubblica è costituito dal fatto che il centrosinistra è segnato da tali contraddizioni interne che per non farle esplodere doveva per forza occupare con un esponente dei tre partiti chiave (Ds, Margherita, Rifondazione comunista) tutte e tre le massime cariche istituzionali. Tutto ciò, non si sa se per ingenuità o per arroganza (probabilmente per tutte e due le ragioni), è stato messo in piazza dall’onorevole Violante quando ha bocciato la candidatura di Giuliano Amato rilevando che egli non ha in tasca la tessera dei Ds.
Di conseguenza sulla presidenza della Repubblica il centrosinistra era portatore di una pregiudiziale alla rovescia: comunque, quale che fosse la persona, il presidente della Repubblica doveva essere un diessino, o meglio D’Alema, perché egli appartiene a quella ristretta élite (l’originario gruppo dirigente della Fgci degli anni ’70) che costituisce il vero gruppo di comando dei Ds. Per raggiungere l’obiettivo politico principale si è recuperato dalla «riserva» un leader storico del migliorismo e anche un uomo delle istituzioni quale Giorgio Napolitano. Che però non solo ha in tasca la tessera dei Ds ma rappresenta anche un pezzo della storia del Pci. Su questo Fassino è stato chiaro fino a fare a Napolitano un pessimo servizio: «L’elezione di Napolitano sarà il coronamento di cinque anni di successi del centrosinistra». La scelta di Napolitano, sempre secondo il segretario dei Ds, «ha il significato di un riconoscimento del contributo che il Pci ha dato alla storia della Repubblica e alla vita democratica del paese e anche all’evoluzione culturale e politica che quel partito ha conosciuto». Lungo il filo di questa scelta del centrosinistra poi è singolare che il tutto venga presentato come superamento del fattore K. Ciò sarebbe vero se un comunista fosse stato votato in modo consistente dai non comunisti e dagli anticomunisti. Invece per larga parte l’elezione di Giorgio Napolitano è autoreferenziale. Per ciò che lo riguarda va detto che, nel modo peggiore, con una ristretta maggioranza blindata, i post-comunisti hanno candidato uno dei loro migliori esponenti. Non c’è dubbio che Napolitano (vedi il 1956) parte dal cuore della organica connessione del Pci con l’Urss. Diversamente dal berlinguerismo che tuttora segna la formazione dell’attuale gruppo dirigente dei Ds - che è passato dal comunismo al giustizialismo, al moralismo, al massimalismo sociale - Napolitano da molti anni ha affermato l’esigenza di un trapasso del comunismo alla socialdemocrazia e al riformismo. Proprio per questo i miglioristi sono rimasti ai margini non solo del Pci ma anche del Pds e dei Ds. Da molto tempo inoltre Napolitano è diventato un uomo delle istituzioni. È quindi possibile che, al di là della maggioranza che lo ha espresso, egli sia un presidente della Repubblica realmente al di sopra delle parti. Certamente Napolitano non è Violante, né Occhetto, né D’Alema.
In una situazione del genere la Casa delle Libertà non poteva comunque accettare un presidente della Repubblica così caratterizzato. L’ipotesi D’Alema, che è stata sostenuta anche da ambienti vicini a Forza Italia, era impraticabile. Il nostro elettorato non ci avrebbe mai perdonato di aver votato per un post-comunista. In secondo luogo D’Alema è la versione post-comunista del democristiano Fanfani degli anni ’60: per un verso egli esprime tutta la continuità dal Pci ai Ds, per altro verso è titolare in proprio di un articolato sistema di potere politico ed economico che si è visto in campo in questi giorni. L’ambizione di D’Alema e dei suoi sponsor, una volta conquistata la presidenza della Repubblica, era quella di affermare la sua egemonia sul centrosinistra e il suo dominio sul centrodestra. Solo in un caso D’Alema avrebbe potuto davvero conquistarsi sul campo la legittimità di diventare presidente della Repubblica: qualora, subito dopo le elezioni, egli fosse stato in grado di rispondere positivamente all’offerta politica contenuta nell’articolo di Berlusconi sul Corriere della Sera di dar vita ad una grande coalizione.
La fuga in avanti di stampo gollista contenuta nella famosa intervista di Fassino conteneva due cose inaccettabili: il programma di governo di una impossibile repubblica presidenziale e una autentica presa in giro. «La guerra è finita» diceva Fassino dopo aver già incassato la presidenza di Camera e Senato: con quella premessa era legittimo aspettarsi che Fassino proponesse almeno Giuliano Amato, Mario Monti o Gianni Letta. No, Fassino candidava D’Alema, cioè il condottiero dell’esercito avversario. Ma allora non si trattava di una proposta di pace, ma di una resa senza condizioni. Per tutte queste ragioni crediamo che la Casa delle Libertà si è comportata saggiamente, «tenendo» anche nel voto segreto.
Adesso a livello parlamentare va condotta una battaglia politica senza sconti che dimostri che il governo Prodi è debole, contraddittorio e non è in grado di governare i problemi del paese.
*Vicecoordinatore di Forza Italia