Il premier somalo conquista Mogadiscio

Il capo del governo promette «un futuro luminoso». Ma in migliaia protestano contro l’Etiopia

Le Corti islamiche sono state sbaragliate, i loro leader verranno perseguiti e processati, l’esercito etiope resterà in Somalia per tutto il tempo necessario, forse anche «a lungo», e guiderà il Paese verso «un futuro luminoso». Sono queste le parole pronunciate dal premier somalo Ali Mohamed Gedi davanti ai giornalisti al suo arrivo a Mogadiscio, dove è stato accolto da migliaia di persone in festa.
I militari etiopi - oltre 500, giunti a bordo di 40 mezzi corazzati e autocarri con batterie antimissile - si sono insediati nell’edificio dell’ex ambasciata americana a Mogadiscio, nella zona sudoccidentale della città, dove hanno allestito la loro base operativa.
Gedi ha dichiarato che il primo compito del governo sarà quello di disarmare le migliaia di miliziani presenti nel Paese. Quindi ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché garantisca gli aiuti umanitari e logistici, e ha chiesto agli Stati Uniti di collaborare per «liberare la regione dal terrorismo». Il governo, ha aggiunto, si trasferirà a Mogadiscio appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno.
Dopo aver detto che «la maggior parte degli islamici è stata distrutta dalle nostre forze», Gedi ha detto che è sua intenzione restare per sempre a Mogadiscio, perché «questa è la capitale». Gli etiopi, ha precisato, «resteranno fino a quando il governo federale di transizione lo riterrà necessario. Abbiamo bisogno - ha aggiunto - di stabilizzare la Somalia per garantire stabilità ai nostri vicini. Ringraziamo molto il governo e il popolo dell’Etiopia. Questa vittoria è stata ottenuta dai due Paesi e dai loro due governi».
Ma l’intervento militare dell’esercito etiopico a fianco del governo di transizione somalo contro le Corti islamiche non è stato accolto dall’entusiasmo unanime. Poche ore dopo l’ingresso del premier somalo Gedi a Mogadiscio, migliaia di persone ieri sono scese per le strade, soprattutto nei quartieri settentrionali della capitale, inscenando una violenta protesta contro l’Etiopia. Secondo un testimone, migliaia di manifestanti in preda alla collera hanno dato fuoco a pneumatici nei quartieri di Tawfiq e Suuqaholaha gridando: «Non vogliamo che gli etiopi entrino in città». I due Paesi hanno infatti una lunga e tormentata storia alle spalle, con relazioni spesso difficili.
Mentre le Nazioni Unite hanno annunciato la ripresa dei voli umanitari in Somalia, anche per portare aiuto alle vittime delle recenti inondazioni, i miliziani islamici in fuga da Mogadiscio hanno trovato rifugio nella città portuale di Chisimaio, 500 km a sud di Mogadiscio, da dove promettono di resistere all’avanzata delle truppe di Addis Abeba. I combattenti delle Corti islamiche riparati a Chisimaio a bordo di veicoli armati dovrebbero essere circa tremila, e tra loro vi sarebbero numerosi stranieri. Un rapporto delle Nazioni Unite segnala a Chisimaio un’attività di reclutamento da parte degli estremisti, che non risparmiano neppure bambini di dodici anni. La città portuale è stata sorvolata da due caccia etiopici.
Secondo quanto scrive il giornale arabo Al Hayat, i leader dei miliziani nelle regioni meridionali somale hanno affermato che la situazione a Chisimaio sarà diversa da quella di Mogadiscio, e le Corti non lasceranno la città portuale «senza combattere». Alcuni estremisti sarebbero intenzionati a combattere con azioni di guerriglia, mentre altri intendono attraversare il confine con il Kenia, che peraltro è stato chiuso dalle autorità di Nairobi, o a riparare in Eritrea, che Addis Abeba accusa di sostenere le Corti islamiche.
Per quanto riguarda i capi e i membri del consiglio consultivo delle Corti islamiche rimasti a Mogadiscio, verranno giudicati e perseguiti, assieme ai combattenti stranieri ritenuti vicini ad Al Qaida. Non così, invece, tutti i miliziani e i simpatizzanti. Lo assicura un membro del governo transitorio somalo, Mohammed Dhere, che è anche un «signore della guerra». Rassicurazioni in questo senso sono giunte anche dal portavoce del governo, Abdirahman Dinari, e dal premier Gedi, i quali hanno affermato di non essere interessati a vendette.