Un premio intitolato a Girolimoni, il "mostro" creato dalla stampa

Un concorso giornalistico vuole premiare esempi di informazione «garantista» in memoria del fotografo che nel 1927 fu arrestato perché sospettato di avere ucciso cinque bimbe e violentato altre due. L'opinione pubblica si scatenò, ma quando l'uomo fu assolto nessuno ne parlò

Il suo nome nella capitale fa venire ancora qualche brivido, in particolare a chi non è più giovane. Girolimoni resta per sempre «il mostro di Roma», autore di una serie di efferati delitti, anche se la magistratura lo scagionò completamente dalle accuse. Ma la sua vita ne uscì del tutto sconvolta: la campagna stampa che lo aveva etichettato come «mostro» aveva lavorato così bene sull'opinione pubblica che lui non venne mai riabilitato, ad onta di ogni sentenza. Il caso di Gino Girolimoni, nato a Roma nel 1889, morto a Roma nel 1961, ma morto al mondo molto prima, nel 1927, è talmente esemplare delle storture della comunicazione quando essa non lascia spazio al germe del dubbio, che a lui è oggi intitolato un premio giornalistico «per un'informazione responsabile», promosso dall'associazione culturale Presi per caso, nata a partire da un gruppo costituitosi all'interno del carcere di Rebibbia, con il patrocinio della facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma e dall'Unione cronisti italiani. Il premio, per iscriversi al quale c'è tempo fino al prossimo 30 aprile in riferimento ad articoli pubblicati tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2008 (www.premiogirolimoni.org), vuole stimolare un giornalismo che - si legge nel bando - «nel perseguimento della sua funzione formativa, di impegno civile, di garanzie delle libertà sociali, colga e rispetti quelle cautele processuali previste dai nostri codici e si faccia così garante del principiop di presunzione di non colpevolezza dell'indagato/imputato così come previsto dalla nostra carta costituzionale». Il premio si rivolge a stampa tradizionale e blog, mezzo non strettamente giornalistico ma pure in grado di suscitare dibatti e influenzare l'opinione pubblica. Ma chi fu Girolimoni? Fu il protagonista di uno dei più clamorosi abbagli inquisitori del Novecento, nel quale la sproporzione tra la campagna accusatoria e lo spazio dedicato alla successiva assoluzione fu clamorosa. Per mesi tutti i quotidiani romani e non additarono il Girolimoni come il violentatore e l'assassino di sette ragazzine con pagine e pagine di articoli in una sola direzione. Quando, mesi dopo, l'istruttoria fu chiusa e Girolimoni riconosciuto estraneo ai fatti, un solo giornale, «La Tribuna», pubblicò un trafiletto con la notizia. Il caso - a cui Daniano damiani dedicò un film nel 1972, interpretato da Nino Manfredi - esplose il 9 maggio 1927 quando Gino Girolimoni, anonimo fotografo di anni 38, fu arrestato come autore di una serie di delitti che avevano profondamente turbato Roma sin dal 1° aprile 1924, quando una bimbetta di 4 anni, Emma Giacobini, fu trovata viva ma con i segni di una violenza sessuale tra i rovi della collina di Monte Mario. Seguirono nei mesi e negli anni successivi altri episodi: cinque ragazzine vennero ritrovate morte e con i segni di analoghi abusi, un'altra ancora stuprata ma viva. La città e l'Italia, sotto la cappa del regime fascista, pretendevano un colpevole: che venne identificato in questo omino con vizio delle donne, proprietario di una inconfondibile Peugeot gialla e di due appartamenti, il secondo dei quali divenne subito nell'immaginario popolare l'alcova dei tristi e definitivi tête-à-tête dell'uomo. L'agenzia Stefani, dalle cui ceneri dopo la guerra nacque l'Ansa, parlò addirittura di «prove irrefutabili» contro di lui. Fu la fine. Le successive crepe delle labili e chissà quanto spontanee testimonianze contro Girolimoni furono bellamente ignorate. Fu tirato in ballo anche Lombroso per ravvisare sul volto dell'uomo i tratti dell'abiezione. Il «mostro» venne scagionato solo grazie all'opera di un coraggioso poliziotto, Giuseppe Dosi. L'ormai ex mostro fu scarcerato alla chetichella, senza alcun giornalista ad attenderlo, senza alcun indennizzo per l'atroce destino riservatogli, costretto a cambiare quartiere e a vivere per anni di espedienti. Sopravvisse per altri 33 anni alla sua «morte» civile, e si spense nel 1961.