Un presepe pensante messo in scena dai (non) protagonisti

La notte santa nei racconti di Giovanni Papini e Luigi Pirandello. Con uno sguardo particolare...

Il locandiere. Anche se mi fosse rimasta una camera libera non l'avrei data davvero a quella coppia lì. Gente sospetta. Hanno detto d'esser marito e moglie ma io non son nato ieri e non me la danno ad intendere.

Lui è troppo vecchio e lei è troppo giovane. E siccome è incinta... Forse è il padre che l'ha portata via dal suo paese per sfuggire lo scandalo. Ma il mio è un albergo onorato e qui non voglio parti clandestini.

D'altra parte non mi pare che la tratti come figliola. Quel vecchietto la guarda come se fosse una cosa santa e quasi con riverenza. Forse un servitore fidato che s'è preso questa bella incombenza... In ogni modo marito non è. E lei con quell'aria innocente e casta come se non si vergognasse di nulla... E dev'essere agli ultimi giorni. Quando si dice l'apparenze... Vai a fidarti delle donne! Pare una verginella e sta per esser madre.

Alla larga! Eppoi, come se non bastasse, puzzano di miseria lontano un miglio. E in casa mia poveri non ne voglio. Sarebbero capaci di piantarsi qui per un mese, colla scusa della partoriente, e alla fin del salmo sentirsi dire che non hanno abbastanza denari per pagare il conto.

Se fossero arrivati con dei bei vestiti e colla borsa pregna forse un posticino l'avrei potuto trovare anche per loro. Il garzone poteva andare a dormire a casa dei suoi fratelli, per qualche notte... Quando c'è l'oro di mezzo tutto s'accomoda. Ma lì non c'è bene. Lei ha un vestitino alla buona che mi vergognerei di metterlo alla mia moglie e lui un mantelluccio liso che deve aver più anni di chi lo porta. E ci sarebbe il pericolo che gli urli di lei e i pianti del bambino dessero noia agli altri viaggiatori. Bel sollievo trovarsi l'albergo vuoto per colpa di due vagabondi misteriosi! Assicurano che son galilei ma il proverbio dice che dalla Galilea non può mai venir nulla di buono.

Ho fatto proprio bene a mandarli via!

Un buco in qualche posto lo troveranno di certo, prima che sia notte.

***

Il bove. Chi avrà mai dato a costoro il diritto d'invadere la mia casa? È la prima volta che li vedo. Quella giovane non è la moglie del massaio e quel vecchio non è il bifolco. Eppure la fanno qui da padroni e hanno occupato anche la greppia destinata al mio fieno. Che prepotenza è mai questa?

Cosa avranno deposto dentro la mangiatoia?

Eccolo; ora lo vedo. È un figliolo di donna, un uomo appena nato! Ma com'è differente da tutti gli altri! Nella mia vita non ho mai visto una simile creatura. Non piange, come fanno i bambini. Non dorme, non geme, non grida. Ha gli occhi aperti grandi, sereni come il cielo d'aprile. Non sembra un fanciullo vero ma un'apparizione, un piccolo Dio capitato per sbaglio in mezzo ai fili dell'erba secca...

Non m'ero mai accorto quanto fosse scura e sporca questa mia stalla. Mi vergogno di non aver un posto più bello, più degno di lui. Scopro i ragnateli che prima non ci badavo; i travi tarlati; le lastre, in terra, tutte umide, tutte nere.

È mai possibile che un tal miracoloso essere abbia scelto questa capannaccia lercia per venire al mondo?

Esce da lui un chiarore caldo, una lucenza amorosa, che trapassa ogni cosa e fa bene al cuore. Gli uomini non son così, neanche quando nascono. Gli uomini son duri, rozzi, crudeli, tristi...

Ora sorride e par che voglia parlare. S'è accorto che lo guardo e pare che mi ringrazi. Non ha paura di me. Direi quasi che mi vuol bene, che mi vorrebbe consolare. In nessuno sguardo umano ho mai scoperto una tale espressione.

Son vecchio, ormai, e ho faticato tanti anni che i miei poveri ossi sono stanchi. Ma per lui farei volentieri qualunque cosa: portare addosso un monte, solcare tutti i campi della Giudea.

Cosa potrei fare per lui? In che maniera mostrargli la mia riconoscenza? Riscaldarlo col fiato? Ma sarò degno, io, animale da giogo, di avvicinarmi a questo corpicino che splende?

***

L'asino. Dio ha voluto che prima di morire vedessi cose di meraviglia. Tutte le notti qua dentro, nelle tenebre, stracco e triste, a pensare alla mia vita disgraziata, senz'altra compagnia fuor d'un bove che rumina o d'un topo che rosicchia!

Ora, invece, mi par d'essere nel cuore del mondo. Uno splendore che palpita, un canto che scende dal cielo, una donna più bella di tutte l'altre donne, un bambino che ruba il bene a chi lo vede. Non sono un sentimentale, come il mio bianco compagno, e neppure superstizioso come il mio padrone. Eppure mi verrebbe la voglia d'inginocchiarmi come fanno questi pecorai che son corsi qua dentro, come se l'avesse convocati un Dio.

Ho girato anch'io la mia parte: sono stato, una volta, fino a Damasco e sei volte a Gerusalemme. Ma non rammento un prodigio come questo, non mi son mai sentito così felice come stasera.

Quella giovane che china il viso bellissimo e pallido sopra il frutto del suo sangue mi fa quasi piangere per non so qual nuova tenerezza. E quell'uomo anziano che guarda la donna e il bambino come se fosse rapito nella beatitudine d'un sogno. E quei pastori che hanno il viso più rosso per la gioia che per il riverbero della fiamma. E quella creatura dolcissima distesa nella greppia, che guarda tutti come se volesse attirarli a sé, come se li volesse consumare col suo cuore.

Quello non è davvero il figlio d'un uomo. Ho sentito dire dai pastori che a loro fu annunziata la nascita di un Dio. Più lo guardo e più mi sembra vero. Gli uomini non hanno quegli occhi, non tramandano quel fulgore.

E pensare che l'ho visto nascere, io povera bestia da soma, disprezzato da tutti! Per quale mistero ha voluto cominciare la sua vita qui, in questo presepio sconnesso, destinato ai nostri musi famelici? Per quale arcana ragione son degno d'essere spettatore d'un portento così incredibile: la natività d'un Dio?

Son l'ultimo degli animali della terra, sono un povero sacco di pelle piagata e d'ossa tronche, ma non mandarmi via, Bambino, permetti anche a me di amare Colui che un giorno volle creare anche me.

Giovanni Papini